Che spavento!

Quello che vedete in foto è l’interior designer Pasquale Bonsignore la matina appena sveglio e pronto per affrontare l’olivagione 2016. L’ideatore del progetto Incuso non finisce di sorprendere. Fare olio, oggi, è una grande sfida. Ci si sveglia così.

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Questo sorriso non è da tutti

Ha tra le mani un tesoro vegetale. È un corpo solido, ma poi tempo qualche ora e si tramutano in un corpo vegetale liquido. Un puro succo, insomma. Questa manciata di olive Casaliva, sono state raccolte dagli olivi poco distanti dal frantoio di famiglia a Cavaion Veronese. Lei, la sorridente, è una mia cara amica, Si chiama Laura Turri e in questa foto dispensa gioia. Da queste olive, lei, con i suoi fratelli, ricava l’olio extra vergine di oliva Dop Garda. Non un olio tra i tanti, ma l’ olio. Quello a marchio Fratelli Turri. Ci si augura sempre che queste solide amicizie siano sempre di lungo corso.

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Questo sono io

Volete incontrarmi? Allora l’appuntamento è dal 2 al 4 settembre a Cavaion Veronese. Il mio “tour musicale” fa il suo esordio proprio a “Warda Garda”, alla prima edizione del festival dell’olio gardesano [solo l’extra vergine a marchio Dop]. Ecco come mi vede il vignettista Valerio Marini.

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Quando la speranza è l’ultima a morire

L’antico quando accoglie il nuovo apre al futuro. Quella che vedete, è una della tante foto che ho realizzato in un mio “tour del dolore” nel Salento, nei luoghi afflitti dalla Xylella fastidiosa. La speranza, si sa, non potrà mai spegnersi del tutto. Si resiste, anche a ciò che appare terribile. Ecco allora l’innesto praticato sugli olivi secolari. È una iniziativa forse della disperazione, ma che apre le porte alla speranza. Si è reso necessario per l’unico scopo di fronteggiare il devastante batterio che sta sottraendo vita agli olivi. Dietro a questo gesto di speranza e di invocazione di futuro, c’è l’impegno e il genio di tanti volenterosi che non demordono. Ne cito due, tra i tanti: i ricercatori Pierfederico La Notte e Sebastiano Vanadia, nonché l’agronomo Giovanni Melcarne, il curatore Sono loro che mi hanno accompagnato tra gli olivi, in un viaggio di dolore ma anche di speranza.

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Tanti occhi che ti guardano

È tempo di Warda Garda. Ovvero, il festival dell’olio del Garda Dop nel suo entroterra. Vi piace il nome assegnato a questo evento? Ne ho seguito passo passo la genesi. Coraggiosi gli organizzatori. Il Consorzio di tutela dell’olio Dop Garda è tra i più esemplari, uno dei pochi che regge bene il confronto in Italia, in materia di attestazioni di origine legate agli extra vergini. Hanno fatto bene a ideare un evento importante, a cadenza annuale. “Warda” è l’antico nome che contraddistingue il territorio gardesano. L’appellativo “Garda” è una garanzia di qualità, anche perché è un territorio che ha imprese serie e qualificate, che ci consegnano extra vergini dai tratti peculiari. Fa bene il Consorzio guidato dal presidente Andrea Bertazzi, a creare sempre nuove occasioni di visibilità e di relazioni dirette con i consumatori. Gli oli di qualità legati a uno specifico territorio vanno giustamente difesi da imitazioni. L’appuntamento è a Cavaion Veronese, a partire da sabato 3 settembre; e io ci sarò. Ci sono sempre per l’olio Dop Garda; e, come potete notare, pubblico anche questo post a caratteri cubitali. È Warda Garda!

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La grande paura per ciò che non è Italia

libro caricato incantoSul mio profilo facebook ho pubblicato un ricordo di sei anni fa, sollecitato dal noto social network. Ho ripreso e rilanciato, in particolare, la copertina di un mio libro del 2001, pubblicato per Bibliotheca Culinaria: L’incanto dell’olio italiano. Era tutto perfetto, in quell’elegante volume illustrato: copertina e aperture di capitolo con foto di Gianni Berengo Gardin, prefazione di Giuseppe Pontiggia, postfazione del cardinale Salvatore De Giorgi.

Un signore ha scritto un commento, il seguente: “Ultimamente, se non sbaglio, lei ha virato verso altri paesi”.

Ed ecco la mia risposta, che voglio condividere sul mio blog “Olivo Matto”, perché molto pertinente.

Non ultimamente, ma da sempre. Ci sono due opzioni nella vita. La prima: restare chiusi nel proprio orticello, e via via rinchiudersi sempre di più, restrigendo l’area, circoscrivendola, così da stare al sicuro da contaminazioni (per quanto possibile). La seconda opzione, consiste nell’aprirsi all’universo mondo, e allargare ogni volta e sempre di più il proprio raggio d’azione, il proprio sguardo, lasciandosi contaminare e arricchire da quanto c’è di nuovo e di diverso. Io, tra le due opzioni, scelgo la seconda. Non viro verso altri Paesi, sono ovunque. Non ho confini, e non ne vorrei. La grande, e giovane, pianista cinese che vive a New York, Yuja Wang, in una recente intervista su “Repubblica”, lo scorso 22 luglio, ha riferito di sè: «Vuole che le dica se mi sento più cinese o più americana? Io sono globale, spaziale, internazionale: appartengo al mondo». Ecco, anch’io non mi sento chiuso in un solo ambito, ma appartengo al mondo. Nel 2015 è uscito per Mondadori il mio Atlante degli oli italiani, e, come si può notare, non trascuro certo il mio Paese; forse è il mio Paese che non conosce se stesso, e che soprattutto ignora la propria storia (al punto da aver paura di ciò che viene da fuori, di ciò che sta al di là dei confini) a non avere alcuna cura della propria identità. Perché avere amore per la propria patria significa non riempirsi di parole insignificanti, puro slogan come il made in Italy, ma significa fare, operare, essere presenti e agire, salvaguardare, amare la propria terra con i fatti, non con le frasi fatte. No, se io debbo finire male come quelli di Coldiretti, che invocano ogni santo giorno l’autarchia così puerilmente come accadeva al tempo del fascismo, no, le dico proprio di no, non mi piego: la mia intelligenza, la mia identità, ogni cellula del mio corpo si oppone alla stoltezza di chi invoca l’italianità a ogni pie’ sospinto, allo stesso modo con cui una parte, la più conservatrice tra gli uomini primitivi, impugnava la clava e non sentiva altre ragioni, opponendosi a coloro che volevano andare oltre la clava. Non può vincere la clava, ma la ragione e il sentimento. Se un tempo per gli uomini primitivi era stato difficile trovare una propria stella che li proiettasse al futuro, perché non avevano ancora acquisito altri elementi, e sollecitazioni esterne, che richiedevano scambi di ragionamenti, confronti dialettici, interscambi, interazioni, integrazioni, contaminazioni, e, in una sola parola: cultura, alla fine, la storia del’umanità sappiamo tutti come è andata a finire. La civiltà è stato il frutto di tante tensioni che hanno dato frutti magnifici, seppure sempre imperfetti, ma egualmente perfettibili. Non possiamo opporci a una visione aperta, perchè una società globale richiede aperture, non chiusure.

atlante oli e francobollo

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