L’Italia è una Repubblica fondata sulle frodi

FRODI D’ITALIA. Tra gli eventi del semestre italiano di presidenza dell’Unione europea, l’Italia sta cercando di fare la sua parte, al suo solito modo. E così, indovinate un po’ su quale tema ha organizzato una conferenza internazionale di due giorni, che si sono appena svolti il 23 e 24 ottobre? Sulle frodi alimentari. Proprio così. L’incontro si è svolto a Roma e la due giorni nelle intenzioni di chi l’ha organizzata, il Ministero della Salute, si proponeva – cito testualmente – “di attirare l’attenzione sulla sfida globale rappresentata dalle Violazioni Economicamente Motivate (EMV) della normativa alimentare, di aumentare la collaborazione interdisciplinare e la comunicazione tra le parti implicate nella lotta alle EMV, a partire dalle autorità di controllo e giudiziarie fino ai consumatori e all’industria”. Ora, non nascondo che il mondo sia popolato da vili mascalzoni che speculano su tutto, perfino sul cibo. Il fatto tuttavia che il nostro Paese si stia concentrando esclusivamente sulle frodi, rendendo tale tema il tema portante della proprie argomentazioni in materia agroalimentare, mi sembra piuttosto deprimente, segno che non abbiamo altra visuale se non le ombre, il lato oscuro, mai curando gli aspetti positivi, le visioni di futuro, altri argomenti forti in grado di dare quella spinta propulsiva, anche nei temi da trattare Continua a leggere

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L’Italia di cui non sono affatto fiero

Negli Stati Uniti gli agricoltori in media guadagnano 69.300 dollari l’anno. Qualcuno forse pensa, o comunque si illude, che sia lo stesso, o quasi, in Italia? Si tratta di due agricolture differenti, in realtà. Quella americana opera su grandi estensioni, e non c’è frammentazione. Quella italiana, non soltanto soffre di una eccessiva frammentazione dell’unità poderale, ma addirittura estende tale frammentazione anche in campo commerciale, esasperandone le dinamiche attraverso una moltiplicazione di marchi inutili, magari anche ottenendo prodotti di indubbia qualità, ma in ogni caso ininfluenti come marchi commerciali, per disorganizzazione e incapacità di stare sul mercato senza una precisa strategia.

Poi, certo, gli agricoltori americani ricevono sostegni economici dal proprio Paese (ma anche servizi, in verità), anche perché l’agricoltura non può fare mai a meno dei sostegni. Esiste tuttavia anche una politica agricola seria dietro, in Italia assente. E, soprattutto, non esistono nemmeno – come invece abbondano in Italia – realtà associative che vadano contro gli interessi degli agricoltori. In Italia è una corsa a chi finge di stare dalla parte degli agricoltori, ma nel frattempo tali soggetti (enti, person, di tutto, di più) curano molto bene il proprio autosostentamento. Sono troppe in Italia le strutture composte da chi attinge ai fondi destinati agli agricoltori, per lo più burocrati, o finti professionisti, che con la scusa di stare dalla parte degli agricoltori li depredano, attingendo alle risorse finanziarie destinate all’agricoltura.

C’è oltretutto da aggiungere che negli Stati Uniti, per loro grande fortuna, non esiste nulla di paragonabile alla Coldiretti Continua a leggere

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Restituire dignità agli istituti tecnici agrari

Visita nostalgica per il ministro Martina all’Istituto tecnico agrario di Bergamo. E’ una notizia fornita direttamente dal Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali. La riporto con grande convinzione perché ha un senso riprenderla, essendo una operazione nostalgica dal forte significato simbolico. Cosa accade? Accade che lunedì 15 settembre, alle ore 11, il ministro all’agricoltura Maurizio Martina, ha deciso di incontrare gli allievi e i docenti dell’Istituto Tecnico Agrario ‘Mario Rigoni Stern’ di Bergamo, la stessa scuola dove ha studiato. L’occasione è l’apertura del nuovo anno scolastico. Si tratta di un momento che ritengo importante, non essendo una visita da sottovalutare, visto che gli istitui agrari andrebbero valorizzati. Un tempo era tutto diverso, le scuole agrarie esercitavano un grande ruolo. Quella in cui io ho studiato, a Lecce, l’Itas ‘Giovanni Presta’, molto prima che la frequentassi era un capisaldo per tutta la Terra d’Otranto. Quand’ero stiudente io era nel pieno della decandenza, nonostante gli oltre seicento studenti iscritti. Ai tempi di mio padre – generazione del 1931 – gli studenti invece partivano a piedi dai paesi vicini e più lontani, quelli verso il Capo di Leuca con il treno fin dove era possibile arrivare, macinando ogni giorno decine e decine di chilometri. Vi trovavano un frantoio sperimentale, al Presta, dove ho frequentato io. Vi era un’azienda di oltre trenta ettari, gran parte dei quali coltivata a olivi. Ora, è proprio vero, si tratta di ricominciare, di riprendere il percorso proprio là, da dove era stato lasciato tanti decenni or sono. Una vita all’insegna dell’arretramento, ormai. Perché allora non rilanciare gli istituti agrari, rendendoli luoghi di formazione autentici, e non più diplomifici inutili e anacronistici, così come si sono ridotti – salvo eccezioni – negli ultimi anni?

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Nessuno crede più nel futuro?

L’Italia sarà un disastro, se non torna a fare figli – a sostenerlo è stata in queste ore il ministro della Salute Beatrice Lorenzin. Anche l’olivicoltura italiana – aggiungo io – vivrà evidentemente il medesimo disastro, se gli olivicoltori non torneranno più a piantare olivi. Un Paese con un tasso di natalità bassissimo, con culle vuote, è un Paese che non crede pù in se stesso. Lo stesso in fondo vale per il mondo dell’olio, ma soprattutto per quella che molto amabilmente preferisco definire la “Comunità dell’Olivo”. Ora però mi chiedo, se vi sia per avvero un desiderio di futuro. In olivicoltura si vive (e si tenta di sopravvivere) di ciò che esiste, e a volte nemmeno si cura l’esistente. Non c’è manuntenzione. Si parla e si scrive tanto di funzione paesaggistica degli olivi secolari, ma nemmeno questa valenza viene più valorizzata. A piantare nuovi olivi, al di là dei rinfittimenti, nessuno ci pensa, nemmeno lontanamente: dove sta finendo allora l’Italia olivicola? Sta forse riniunciando al proprio futuro? Toccherò l’argomento anche nel mio prossimo libro, in uscita per gennaio. Il titolo del libro lo comunicherò nei prossimi mesi, appena tutto sarà pronto. Intanto, la domanda riportata nel titolo di questo post – “Nessuno crede più nel futuro?” – resta una domanda malinconimanente aperta. Malinconicamente, perché forse già conosciamo la risposta.

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Fantacalcio, fantaolio

Se dovessimo putacaso organizzare una partita di calcio di beneficenza, e coinvolgere il mondo dell’olio, con il ricavato da destinare alla ricerca (mettiamo: contro la Mosca olearia), tra i 22 in campo a contendersi la partita, di cui 11 a rappresentare la maglia di Unaprol-Coldiretti, tra i restanti 11 – mi chiedo, vi chiedo – si troverebbero in giro volenterosi pronti a rimetterci pur di rappresentare gli indipendenti? O per convenienza preferirebbero tutti giocare con la stessa maglia, anche perché magari si rimedia comunque qualche piccolo gadget che, non si mai, può sempre tornare utile?

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Copiate, copiate, ma con un po’ d’anima

Questa estate ho letto, tra i vari libri, anche la prosa del poeta Valerio Magrelli: Geologia di un padre, per Einaudi. E’ un bel libro, che consiglio a tutti di leggere. Anche perché parla del rapporto tra figlio e genitore. E’ un libro che si legge molto volentieri, i cui brevi capitoli possono essere considerati corpi narrativi unici. E’ un libro nato dopo che l’autore ha preso appunti per tutta una vita, quasi a prendere come un sarto le misure al padre. Lo ha sorvegliato per tutta la vita trascorsa insieme fino al giorno della morte e ne ha respirato tutti gli umori. Scritto molto bene, con grande garbo, tra i vari passaggi che ho sottolineato, come è mio solito fare, vi è quello che segue, che riporto volentieri su Olivo Matto: “La somiglianza fra l’imitatore e il suo modello, scriveva Petrarca a Boccaccio, deve essere come quella tra padre e figlio, imponendosi anche quando essi risultino molto diversi d’aspetto”. Ecco, a partire da questo breve estratto, colgo l’occasione per riflettere su quanto avviene nel mio mondo, quello dell’olio, mondo che da diversi decenni ormai frequento assiduamente. E rifletto, in particolare, sul costante processo imitativo che spinge questo mondo a non cercare mai una originalità distintiva Continua a leggere

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