La ruralità non è mai bugiarda, omaggio ad Alberto Bevilacqua

ALBERTO BEVILACQUA IN CLINICA, LA COMPAGNA DENUNCIA I MEDICI“I contadini sono l’anima eroica di un Paese”. E’ quanto mi disse, all’inizio del 2004, lo scrittore Alberto Bevilacqua in un’intervista che pubblicai qualche mese prima, nel settembre 2003, per un giornale da me fondato e diretto. Oggi Bevilacqua non è più tra noi, dopo una lunga malattia ci ha lasciati, ma restano i suoi libri, la sua forza propulsiva intatta nelle storie che ci ha raccontato. Ripropongo quelle sue parole. Anni dopo lo reincontrai prima a Nardò, poi a Otranto: insieme alla sua compagna mangiammo una sana e gustosa frisella leccese, con pomodoro e olio da olive. “La ruralità – sostenne allora l’autore del celebre romanzo La Califfa – è il giardino segreto in cui ci si rifugia per difendersi dal caos. Purtroppo negli ultimi vent’anni è stata invece oggetto di oscurantismo”.

INTERVISTA AD ALBERTO BEVILACQUA

Le ultime vicende scaturite dal crac della Parmalat pongono la sua città natale, oltre che d’elezione, al centro del mondo, seppure in luce negativa. Come ha reagito di fronte a una situazione così anomala e spiazzante?
Considerando Parma e i suoi abitanti come una grande famiglia, si può dire che il caso Parmalat, con Tanzi, equivale a quando nell’ambito di una famiglia c’è qualcuno che viene arrestato perché commette qualcosa di imprevedibile. C’è lo stupore generale. E tutti dicono: “strano, era una brava persona”. Ebbene, in questa vicenda non c’è di mezzo Parma, ma il malaffare di un personaggio – Tanzi, appunto – che in realtà è sempre stato estraneo alla gente parmigiana. Certo, è vero, la città ha avuto i suoi bravi scandali. Ne ha avuti diversi, ma coinvolgevano lo spirito, la coscienza, l’anima di una città sempre divisa fra i sensi, fra una carnalità e una forza economica notevole. D’altra parte – non per fare il panegirico di me stesso – ma se c’è un libro che ha avuto un grande successo nel mondo è proprio La Califfa. Nel mio romanzo avevo analizzato proprio uno scandalo simile. Li possiamo citare uno per uno gli scandali accaduti a Parma nel corso del tempo. Sono veramente tanti, ma tra loro diversi. C’è sempre una totale implicazione della persona umana, fatta sì di orrori, ma che tutto sommato rimane legata alle situazioni contingenti della vita. Nello scandalo Parmalat non c’è invece passione, non c’è combattimento; c’è solo il freddo calcolo fondato esclusivamente sul denaro.

Per lei la città di Parma resta una figura centrale, quasi di supporto alla sua opera, al punto tale da diventare un riferimento forte e imprescindibile…
E’ una città divisa in due, separata da un torrente. Nell’area del Po, misteriosa e affascinante, c’è il paradiso e insieme l’inferno. Sta qui l’anima vitale ed espressiva che muove ogni cosa. Parma equivale a un’anima di supporto, a una marcia in più. La città ebbe come suo uomo d’industria ideale Barilla. E Barilla per certi versi “fu” Parma. Era per tutti una figura importante. Contribuì molto alla vita culturale dei giovani. Aiutò il pittore Morandi nei suoi momenti più difficili, ma anche altri. E quando Barilla si trovò in una situazione di difficoltà dal punto di vista industriale, seppe uscirne fuori con saggezza. C’è dunque l’amore da parte della città verso Barilla. Per Tanzi no, è diverso. In un articolo per il “Corriere” l’ho definito il Cesare di Vigatto e di Collecchio. Credo che il dramma di quest’uomo, e del suo complesso, sia stato l’espansionismo. L’essersi spinto in territori dove era imprescindibile incorrere in rischi e insidie, in aree complesse come Russia, Colombia e Argentina, gli è stato fatale. Tanzi era una persona defilata, non lo si conosceva. Lo vedevamo venire in elicottero, ma niente di più. Non avevamo alcuna idea dei suoi affari, ma già l’acquisto di alcuni calciatori del Parma, come Asprilla o Stoichkov, certamente di talento, ma insostenibili negli atteggiamenti, visto che spaccavano le porte degli spogliatoi, ci ha permesso di comprendere indirettamente la gestione degli affari in Parmalat. Ovviamente Tanzi distrusse rapidamente la squadra da sogno ideata a suo tempo da Scala.

Passiamo ora ad Alberto Bevilacqua scrittore. I suoi primi passi hanno avuto l’avallo di Attilio Bertolucci. Ebbene, quanto ha influito la lezione di un così grande e autorevole poeta in lei?
Ho avuto la fortuna di essere ragazzo a metà degli anni Cinquanta, quando a Parma venivano tutti i letterati, da Gadda a Pasolini. Bertolucci fu il mio professore al liceo. Scoprì le mie poesie e fu il primo a parlarne. Ha influito molto su di me, nel senso che mi ha inserito in un panorama letterario di rilievo che mi considerava un enfant prodige. Certo, la mia poesia è in realtà distante dalla sua, non ci sono connessioni. Bertolucci ha espresso una visione della natura e delle cose molto dolce e un po’ crepuscolare.

Lei come concepisce invece la natura?
Riflette quella della mia città. La natura di Parma, e la natura dunque del Po, sono nature forti. Non a caso noi abbiamo alle spalle un fiume che ha bizzarrie pazzesche, che alterna secche estreme come quelle dell’estate scorsa a inondazioni che io ricordo come un incubo. Quindi la natura non è molto crepuscolare, è forte, così come è forte la natura stessa di Parma. Abbiamo avuto non a caso figure eccezionali. La città ha sempre contato su personaggi solidi. Nella rivolta del ’22, tra Parma e gli squadristi di Balbo, il fascismo ha subito l’unica sconfitta in campo aperto prima dell’ascesa al potere. E’ giudicabile come si vuole, ma Parma esprime sempre un’unione tra carnalità e lavoro, c’è sempre una chiara fusione tra i sensi e l’intelligenza creativa, anche dal punto di vista del denaro. Il crac di Tanzi è tuttavia un’ombra grigia che cade sulla città. E’ un caso squallido di copertura, di imbroglio. E’ un’ombra che secondo me i parmigiani non capiscono, non accettano. C’è in quel ch’è accaduto, il sotterfugio e un’ipocrisia che ferisce. Parma è tuttavia una città che reagisce, è una città femmina. Sì, io distinguo le città in maschi e femmine. E Parma è femminea, anche perché è stata condotta, dal punto di vista politico, da donne in successione.

Si può parlare oggi di “ruralità” in un mondo in cui il legame con la terra si sta rivelando invece piuttosto fragile e senza aperture al futuro?
Per quanto riguarda l’area padana la ruralità è sempre stata eroica. Pensi allo sforzo costante che hanno fatto i contadini per difendere i loro orti, o i loro campi, dalle acque del fiume in una condizione estrema, ma non solo. La ruralità è stata oggetto di oscurantismo negli ultimi vent’anni, ma sta tornando fuori con grande vigore oggi, con una spinta di nostalgia. La ruralità è il giardino segreto in cui, almeno la mia gente, si rifugia, torna a rifugiarsi, per difendersi dal caos, dallo stress contemporaneo. Sta tornando fortemente attiva. Penso che sia la dimensione in cui l’uomo possa ritrovare se stesso proprio come può ritrovarsi nelle arie celebri di Rossini. E’ molto importante il tema della ruralità, ma andrebbe a mio avviso fatto conoscere nella sua pienezza espressiva. Esiste una tradizione artistica, musicale, storica e ideologica della ruralità che va ripresa e riconsiderata. Con Strehler ho realizzato in Emilia una versione rurale del Falstaff, per esempio, e fu un bel lavoro. Occorre dunque ripensare alla forte influenza che la ruralità ha avuto sulle arti nel tempo. Oggi ci si dimentica, si trascura tale aspetto. A Parma il romanico del Battistero non raffigura già santi o madonne, ma contadini. Il romanico esprime una grande anima rurale. Parma assume da questo punto di vista una posizione assolutamente primaria. L’ombra di Parmalat è solo un’ombra laterale, molto scomoda, molto deprimente. Molto bugiarda. La ruralità non è mai invece bugiarda.

Luigi Caricato

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