La comunicazione dell’olio è stantìa, va rivitalizzata

operaChi mi conosce sa che sono un provocatore nato. Ho la vocazione a suscitare reazioni, a scatenare sentimenti non espressi e, soprattutto, quei pensieri non detti o perché mai pronunciati, o, in altri casi, a volte nemmeno contemplati. C’è una ragione, in tutto ciò: non accetto l’immobilità e l’inedia; e in particolare non accetto i giudizi già preconfezionati. C’è gente, in giro, che si riempie di parole orecchiate o suggerite, che ripete meccanicamente, senza usare il cervello, l’immaginazione. Per questo sostengo che il mondo dell’olio sia carente in comunicazione. Non che non comunichi, intendiamoci. Si comunica sempre, anche attraverso il silenzio. Più che altro si tende a comunicare male, oppure si comunica senza una visione dinamica, in prospettiva. Si buttano giù parole, oppure si riprende il già detto: si replica, non si inventa, non si elabora. Si rilancia semmai acriticamente, solo perché da qualche parte si legge la parola “olio” e perciò si condivide quanto letto e appreso, senza tuttavia metterci la propria identità, senza sforzarsi minimamente di elaborare novità e nemmeno di approfondire i temi veri, quelli il più delle volte trascurate. Ecco cosa intendo quando parlo di una comunicazione olearia inesistente o, peggio, malriuscita. Di questo e altro ho scritto un saggio in uscita a breve per l’Inea, l’Istituto nazionale dell’economia agraria.

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