Per un olivicoltore la speranza non è sufficiente. Ci vuole l’entusiasmo

canale 6Quest’oggi è domenica e nel mio post quotidiano ho piacere di dar spazio a una lettera. La ricevo e la pubblico tal quale. Contiene riflessioni che estendo a tutti voi. Chi me la invia si chiede se abbiamo fatto abbastanza. “Un grande amore – scrive Angela Canale – per trasformarlo in una grande storia va lasciato libero”. E qui – per non cadere in equivoco – l’agronomo Angela Canale fa riferimento all’olivo: “Solo attraverso un progetto condiviso si potrà ridare futuro a tutte le olivicolture!”

Caro Luigi,

grazie per la pubblicazione che hai fatto dell’articolo che ti ho inviato (Viaggio tra gli olivi di Spagna, verso Jaen).

Rileggendolo ho avuto modo di fare qualche riflessione.

Molti grandi poeti hanno scritto che un grande amore per trasformarlo in una grande storia va lasciato libero di essere. Non vanno fatte costrizioni, legate a tradizioni e a ricordi ancestrali, belle per un passato non più ripercorribile. Ecco, abbiamo trattato l’olivo come un grande amore, lo abbiamo accudito, coccolato, protetto e osannato…e ora che guardandoci intorno ci accorgiamo che c’è anche altro, che anche altri se ne stanno prendendo cura, ci sentiamo traditi. E questa chiusura quasi ce lo fa riconsegnare al bosco, forse siamo anche pronti ad abbandonarlo, perché non risponde più alle nostre aspettative. Ma abbiamo veramente fatto abbastanza?

Il mutamento che è avvenuto intorno a noi non è stato illuminante per gli olivicoltori che avrebbero dovuto capire che bisognava cambiare il passo di danza, che costringere all’immobilità una coltura per farla rimanere immutata nel tempo non ci aiutava a proteggerla ma a distruggerla. Pensare di utilizzare nuove tecnologie soltanto nell’estrazione è stato come pensare di proteggere un amore attraverso regali e abbracci!

Ci vuole l’accettazione e la consapevolezza dei limiti che la coltura dell’olivo ha, proiettandoli con positività nell’epoca in cui viviamo. Ci vuole il dialogo, la conoscenza di ciò che fa l’altro, non per appagare una sterile critica narcisistica, ma per imparare a gestire ciò che abbiamo avuto la fortuna di possedere.

Certi errori ci possono far passare di colpo dall’essere convinti di avere la cosa più preziosa a perdere tutto! E allora il RAMMARICO diventa la tortura più grande che possiamo provare! Ma ritengo che mai tutto è perduto, e se Papa Francesco dice ai giovani di non farsi rubare la speranza, forse per un olivicoltore la speranza non è abbastanza. Ci vuole l’entusiasmo, quello che ti fa trasformare la cosa più difficile e improbabile in un sogno che può si realizzarsi. E allora niente è perduto!

Qualche giorno fa ho partecipato a una riunione in cui si discuteva di strategie da perseguire per favorire l’affermazione dell’olio sul mercato e qualcuno proponeva di dividere gli oli italiani in tre tipologie: del nord, del centro e del sud. Ma qualcun altro dei presenti prontamente ha obiettato affermando che dividere avrebbe alimentato soltanto lo spirito distruttivo tra gli olivicoltori, ormai sfiduciati e pronti a lasciare il timone.

Non solo non bisognava dividere le Dop – era di questo che si parlava – ma addirittura si suggeriva di mettersi insieme con tutte le altre dop, anche di altre nazioni, riconosciute dalla Comunità Europea, e aprire un grande dialogo per fare un grande fronte di offerta nel mercato che deve ancora diventare consapevole. E qui ho pensato all’ultima frase del mio articolo, quando scrivo che solo insieme si può percorrere la strada. Solo attraverso un progetto condiviso si potrà ridare futuro a tutte le olivicolture!

Quando tutti saremo pronti ad accettare che possono esserci tante olivicolture diverse e che nessuna esclude l’altra, anche i tanti oli diversi potranno trovare il loro spazio. Se una legge “salva olio” è necessaria, non si può dire che sia anche sufficiente per dare futuro e solidità all’olivicoltura.

La salvezza, così come è stato per altre colture, passa attraverso l’ammodernamento dell’intero comparto! Non possiamo destinare tutta l’olivicoltura italiana a diventare un grande museo! Magari è proprio questo il momento di partire e non quello di fermarsi!

Dire che non si può più fare niente perché non ci sono più i soldi pubblici ritengo sia troppo banale.

Quando intorno ad un grande tavolo si siederanno tutti i Paesi del mondo, non soltanto quelli olivicoli, ma anche quelli oleofili, allora si potrà ricominciare a parlare dell’importanza che questa coltura, ha avuto nel corso della storia e che abbiamo il dovere di salvare e aiutare nell’essere immortale. Che sia a Madrid, ad Atene o a Nairobi, poco importa! Importa che si ricominci a parlare dell’olivicoltura come di un settore essenziale per lo sviluppo dell’umanità, il cui valore culturale, ambientale, agricolo, economico, viene ancor prima del valore intrinseco dell’olio che se ne ricava. Non riesco a pensare a una coltivazione arborea più importante dell’olivo! Scusa la presunzione!

Se i primi popoli del Mediterraneo hanno usato l’olivo per migliorare lo sviluppo delle terre colonizzate, non abbiamo alcun diritto di usarlo oggi per dichiarare conquistato o fallito un territorio. Sciocco è quell’uomo che pensa di confinarlo nel Mediterraneo come areale unico e sacro di coltivazione.

Così come nessun uomo è mai riuscito a trattenere un amore chiudendolo in una torre, provocando in questo modo soltanto la sua fine, nessun imprenditore agricolo riuscirà a dare futuro a una coltura congelandola in un unico sistema produttivo senza aprirsi a nuove tecnologie.

E se queste possono sembrare parole d’amore mi rendo conto che l’amore è passato di moda, e quello che conta secondo gli esperti di marketing è il profitto, quello sterile, che non aiuta a far vivere gli uomini, ma solo multinazionali poco attente ai piccoli paesi e molto attente alla globalizzazione. Quel profitto che le porterà ad acquistare soltanto prodotti che costeranno sempre meno e privi di qualsiasi valore sociale…..ma questa forse è un’altra storia!

Un caro saluto

Angela Canale

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