L’olio italiano viaggia in Ferrari

Foto di Luigi Caricato

Foto di Luigi Caricato

Martedi scorso sono stato a Roma a un incontro organizzato da Assitol, ad assistere alla presentazione dei dati del monitoraggio degli oli d’oliva e di sansa. Ho potuto così prendere visione dello stato di salute degli oli da olive. Ne è emerso un quadro incerto, con una diminuzione delle vendite sul territorio nazionale pari al 5,3 per cento. Tale calo ha colpito soprattutto le categorie olio extra vergine di oliva (- 4,9 per cento) e olio d’oliva propriamente detto (- 8,3 per cento). Tutto ciò ha portato a una sensibile riduzione dei consumi degli italiani, rilevata tra l’altro da enti statistici e società specializzate. Il rischio è che in molti possano ritornare a consumare oli da seme. E’ l’ora di inventarsi nuove strategie. Occorrono impegno e buona volontà, ma è necessaria soprattutto una forte e solida unità tra tutti gli attori del comparto. Chissà se tutti sono d’accordo sull’unità tra gli operatori del settore. Tra i vari relatori c’era anche il presidente dell’Unaprol Massimo Gargano, che ha riconosciuto il gioco delle parti in atto ormai da tempo. Forse è bene cambiare registro? Vedremo. Intanto la sua disanima su quanto è accaduto in passato è finita con una disarmante ammissione: “Noi il Sessantotto lo stiamo pagando adesso”. Buon per lui che non si è accorto di quaranta cinque anni di storia. Gargano crede moltissimo nella unicità degli oli italiani. Mi ha stupito in particolare una sua affermazione: “Dobbiamo dimostrare che l’olio italiano è un olio funzionale e che è tutta un’altra cosa rispetto ad altri oli”. Non ci sarebbero altre soluzioni: “Occorre spenderci per avere un cuneo di assoluta qualità”, ha concluso. Parole testuali. Gargano nel corso del suo intervento aveva inoltre associato l’olio italiano alla Ferrari. Si è trattata di una equiparazione che mi ha lasciato di stucco, lì per lì, e così sono intervenuto per avere chiarimenti. Ma se io andando in giro per le strade noto molto raramente una Ferrari in circolazione, come è possibile che tutto l’olio italiano sia paragonabile a una Ferrari e per giunta l’olio italiano sarebbe anche l’unico olio funzionale esistente sulla faccia delal terra. Mi sono forse perso qualcosa? Gargano al mio disorientamento circa le sue dichiarazioni ha detto, candidamente: “il nostro olio è migliore in senso assoluto. E’ un olio funzionale. Lo dimostriamo con un dossier”. Bene, attendo allora fiducioso il dossier. Vediamo quale studioso potrà mai affermare che solo l’olio italiano sia un olio funzionale, gli altri no.

Ed ecco, di seguito, il resoconto dello studio presentato da Assitol.

 

Presentazione del Monitoraggio degli oli d’oliva e di sansa

Incontro del 18 giugno 2013

Una discreta tenuta nel 2012, chiari segni di crisi nel 2013. Si potrebbe sintetizzare così il quadro economico dell’olio d’oliva fotografato dal Monitoraggio degli oli d’oliva e di sansa, realizzato da ASSITOL in collaborazione con la UE e presentato oggi a Roma.

In particolare, lo scorso anno la capacità di reazione delle aziende ed il buon andamento delle esportazioni hanno impedito ai primi segnali di calo nelle vendite di penalizzare il comparto. Ancora una volta, a rappresentare la parte più importante del mercato sono stati gli oli convenzionali, ovvero le grandi marche italiane, che nel comparto dell’extravergine, segmento trainante del mercato, hanno registrato vendite per quasi 68mila tonnellate, pari al 93,7 degli extra scambiati sul mercato interno. Il “100%” italiano ha invece rappresentato per le nostre imprese il 3,6% degli oli commercializzati in Italia (3472 tonnellate), mentre gli oli Dop/Igp e il biologico coprono poco più dell’1% del mercato. Positiva la tendenza dell’olio di sansa (+6,8).

La distribuzione organizzata si rivela, anche per il 2012, il principale canale commerciale dell’olio d’oliva. Nonostante la crisi, tramite la GDO le imprese Assitol monitorate hanno venduto il 71,9 del quantitativo totale di olio commercializzato in Italia, soprattutto per l’extravergine (73,3%) e gli oli d’oliva (75,5%).

Nel complesso, il Monitoraggio delinea una diminuzione delle vendite sul territorio nazionale pari al 5,3%, che ha colpito soprattutto gli extra (-4,9%) e gli oli d’oliva (-8,3%). Ciò si spiega con la riduzione dei consumi degli italiani, rilevata da enti statistici e società specializzate, che si aggrava per le principali marche.

Tuttavia, come ribadito anche dai dati Istat, nel 2012 l’Italia ha riconfermato il suo ruolo di primo paese al mondo esportatore di olio di oliva confezionato per il 2012. La campagna olearia 2011- 2012 si è infatti chiusa bene per il settore oleario, che ha visto le vendite aumentare di circa 3%.

In particolare, grazie alla propensione all’export caratteristica delle imprese italiane del settore, il comparto ha scambiato con l’estero 138.288 tonnellate di oli d’oliva e di sansa, rappresentati da olio extravergine per il 64,4%, da oliva per il 31,7% e da sansa per il 3,9%. Tuttavia, anche nel 2012 il Monitoraggio Assitol ha rilevato le prime avvisaglie della crisi nelle esportazioni. Mentre per gli oli convenzionali si rilevano perdite più contenute (-2,6%), in generale l’extra ha visto diminuire le vendite del 7%. In particolare, è risultata negativa la tendenza del “100” italiano (-35,7%) e delle DOP/IGP (-64,3%). Buono soltanto l’andamento degli oli biologici (+12,7).

Dall’export, peraltro, emergono alcuni dati significativi. Nel 2012, gli Stati Uniti confermano il ruolo di primo Paese importatore di olio confezionato da aziende italiane, con un aumento degli scambi del 5,3%. In Europa, la Germania (+6,4%) resta il mercato più importante, seguita da Regno Unito e Francia, che peraltro hanno mostrato minore vivacità rispetto al passato.

L’Europa dell’Est, al contrario, registra un aumento di interesse per l’olio confezionato dalle nostre imprese. La Russia ha accresciuto gli acquisti di olio del 25%, la Croazia di quasi il 20%, seguiti da Repubblica Ceca (+11,8) e Serbia (+17) e Polonia (+1,2).

Ma è l’Est asiatico, che oggi rappresenta quasi il 15% delle nostre esportazioni, il mercato più promettente per il futuro. Il Giappone, già da qualche anno una realtà importante per il nostro export, nel 2012 ha registrato un incremento del 22,5%. L’India è cresciuta del 34%, la Cina del 19. Va rilevato anche che la Corea del Sud ha visto lievitare gli acquisti del 10%.

Certamente, tale performance positiva non può colmare le difficoltà derivanti dalla congiuntura negativa. Si tratta, però, di un risultato importante, conquistato dall’industria italiana in Paesi con una tradizione alimentare totalmente diversa dalla nostra, in tempi di crisi e senza alcun particolare sostegno pubblico rispetto ai nostri concorrenti spagnoli, che possono contare su un sistema-Paese decisamente più sensibile alle istanze dell’industria.

Un 2013 in salita

Dallo scorso novembre, il settore ha cominciato a manifestare segnali di crisi ben precisi. Secondo il Monitoraggio Assitol, la contrazione delle vendite sul mercato interno si è andata rafforzando, assumendo negli ultimi mesi un andamento preoccupante. E se sul mercato interno resistono i prodotti di nicchia, come le DOP/IGP e il “100%” italiano, nell’export tutto il settore, in questa prima parte del 2013, mostra una profonda sofferenza, con una flessione delle esportazioni del 12,6%, in particolare per l’extravergine e l’oliva. Si salva il sansa (+5,8), ma sono in calo anche il “100%” italiano (-18,6%) e il biologico (-71%)

Ma quali soni i motivi della tendenza negativa, sul mercato interno e all’estero? Il primo elemento da considerare è la crisi economica, che sul finire dell’anno e nell’avvio del 2013 si è fatta sentire con maggiore forza, provocando un sensibile calo dei consumi e, per l’industria olearia, la diminuzione delle vendite.

Il secondo fattore è l’aumento dei prezzi all’origine. Preannunciato dallo scorso anno dai produttori spagnoli, che sottolineavano un forte calo dei volumi di olio prodotti e il rischio di una crescita dei prezzi, il fenomeno ha caratterizzato anche questi primi mesi dell’anno. A fronte di un’offerta in ribasso, dunque, il costo della materia prima è lievitato e così pure il prezzo finale al consumatore.

In Italia, alla fine dello scorso anno, è poi entrato in vigore il cosiddetto “art.62”, vale a dire la norma relativa alla cessione dei prodotti agricoli e alimentari, che impone il pagamento entro 30 giorni se si tratta di merce deperibile e a 60 per i non deperibili. Ciò ha provocato fenomeni di destoccaggio nel commercio. In altre parole, la distribuzione ha preferito puntare sulle scorte esistenti, cercando di smaltire i quantitativi in eccedenza, piuttosto che comprare altri quantitativi di olio. Va poi sottolineato che, complice la crisi, le promozioni, negli ultimi mesi, hanno avuto risultati inferiori al solito.

La sommatoria di questi elementi spiega il quadro economico del comparto. A ciò si aggiunge il disagio delle aziende nei confronti di uno scenario politico ed istituzionale per lungo tempo caratterizzato da forte instabilità, in un momento congiunturale difficile, aggravato da costi e burocrazia penalizzanti per le aziende. Un disagio che, da qualche tempo, fa paventare all’Associazione la possibilità di vedere le aziende puntare su una progressiva delocalizzazione dell’attività, anche a causa dello scarso dialogo tra gli attori delle filiera, peraltro stigmatizzato più volte da Assitol negli ultimi anni. Le lotte intestine e alcune polemiche autolesioniste, alimentate dai media, di certo non hanno contribuito a far avvicinare il consumatore all’olio d’oliva in un momento di crisi: al contrario, ne hanno accresciuto la confusione. Al tempo stesso, hanno favorito i nostri concorrenti stranieri – spagnoli in testa – che non devono preoccuparsi di attacchi provenienti da altri interlocutori della filiera.

Ecco perché Assitol auspica un periodo di tregua tra tutti gli attori del settore, allo scopo di favorire il dialogo e l’individuazione di soluzioni condivise tra le parti.

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