Guardare gli olivi d’alta quota con occhi nuovi

TreeDreamA Olio Officina Food Festival lo scorso 25 gennaio c’è stata tutta una sezione dedicata al paesaggio e a chi il paesaggio lo costruisce, lo cura e difende. La sezione, dal titolo “Più alberi, per piantare solide radici nel futuro”, ha avuto tra i protagonisti i contadini liguri che hanno aderito all’associazione culturale TreeDream. Con loro gli ideatori Flavio Lenardon, il presidente, e il professor Giuseppe Stagnitto, accompagnati dall’agricoltore Nazarino (Rino) Pellegrino: “Vedete – ammette Rino – con TreeDream è successa una cosa che mi ha meravigliato. Noi altri contadini siamo individualisti, noi liguri in particolare. E’ difficile riunire i contadini. TreeDream è riuscito a riunirci”. Un miracolo, dunque. Così, comunque vada l’iniziativa, c’è la testimonianza che è destinata a lasciare un segnale forte, e non è poco.

Per vostra curiosità, riporto di seguito la trascrizione di ciò che si è detto a Milano, mentre per chi lo desidera, è possibile prendere visione del video: cliccando QUI e QUI.

 

I terrazzamenti liguri sono un inno a Dio.

Luigi Caricato

Alcuni olivicoltori liguri non si sono permessi di abbandonare le loro terre per una ragione “morale”.

Flavio Lenardon

Vedete, con TreeDream è successa una cosa che mi ha meravigliato.

Noi altri contadini siamo individualisti,

noi liguri in particolare.

E’ difficile riunire i contadini.

TreeDream è riuscito a riunirci.

Nazarino (Rino) Pellegrino

Olio Officina Food Festival 2013

Trascrizione degli interventi

Milano – 25 gennaio 2013

Guardare gli olivi d’alta quota con occhi nuovi.

L’esperienza ligure


L. CARICATO – Damiano Fuschi, che abbiamo appena sentito suonare il sax, studente di Scienze Politiche, è la voce “tecnologica” di TreeDream: in particolare, ne segue il blog.

Cosa sia TreeDream ve lo spiegheranno Lenardon e Stagnitto. E, insieme a loro, Nazarino Pellegrino.

Sono tra i componenti di questa “associazione” di folli. In Italia vi sono tanti folli che credono in valori che possano mutare il corso delle cose.

Cosa hanno inventato? Niente di nuovo; però, in realtà, hanno inventato tutto. In Liguria seguono l’olivicoltura, una olivicoltura famosa, prestigiosa, che però sta subendo una situazione di “stato d’abbandono”.

Gli oliveti ci sono sempre ma, come voi sapete, sono il frutto di tanta sapienza, di tanto sacrificio, e questi oliveti sono collocati in posizioni difficili, in terreni in forte pendio.

 

Solidarietà contadina

Inoltre l’età anagrafica degli olivicoltori è piuttosto elevata. Però c’è una grande solidarietà tra i contadini.

Io lessi una volta una pagina intera su di un quotidiano (credo di Giorgio Torelli) che raccontava di questa vita contadina in Liguria.

Se un contadino moriva, i vicini lavoravano gratuitamente per la vedova e per i figli, in forma di solidarietà.

R. PELLEGRINO – E’ vero, è vero!

L. CARICATO – Questo è un principio di valore straordinario. E questo principio si lega magnificamente a quello che poi, concretamente, sul piano paesaggistico, si nota ancora oggi, nei terrazzamenti.

I terrazzamenti sono l’opera dell’uomo: Giovanni Boine, poeta e critico letterario, ne parlava come di una “cattedrale dello spirito”.

Boine è poco conosciuto: mi aveva coinvolto quando ero studente universitario e leggevo i suoi Frantumi; era un critico letterario che “stroncava”, non era di quelli “paralleli” alle case editrici che favoriscono i libri, siano essi riusciti o meno.

 

Un inno a Dio

Questi terrazzamenti sono un inno a Dio.

Considerate la fatica di rendere coltivabili terreni non facili. Non solo, poi vi è la fatica di mantenerlo quel territorio!

Questi contadini dovrebbero quindi essere elevati al ruolo di salvatori, di tutori, dovrebbero essere anche pagati!

Non accade questo. Ecco allora TreeDream, che ha delle testimonianze da raccontare.

Stagnitto è un folle: mi telefona e mi comunica le sue follie! Incontra me che sono altrettanto folle e, quindi, figuriamoci!

E’ importante perché hanno tenuto insieme dei contadini, che da soli non potevano farcela.

Sia Stagnitto sia Lenardon sono “estranei” in quanto non provengono da famiglie di olivicoltori. Si sono innamorati di questa cosa.

Ora TreeDream sta seminando: non farà miracoli perché non se ne possono fare. Hanno raccolto testimonianze importanti: dietro l’olio ligure vi è tutta una storia che va raccontata. Va tutelato proprio per questo. Chiedo a Giuseppe Stagnitto di parlarcene.

G. STAGNITTO – Direttore, se è d’accordo, proiettiamo prima un breve documentario.

Proiezione del documentario “Fasce longhe: oliveto d’alta quota” girato nel gennaio 2012

Il documentario termina con queste considerazioni:

(…) Ecco gli oliveti abbandonati. Si vede bene che sono stati abbandonati. Questi oliveti sono stati invasi dal bosco.

La coltivazione costa così tanto che è meglio lasciarli perdere.

G. STAGNITTO – Direttore, io passerei la parola a Flavio Lenardon, il mio Presidente. E’ lui l’inventore di TreeDream, io sono l’ingegnere.

Poi lo capirete: basta sentirlo parlare un minuto!

Io sono l’ingegnere che ingegnerizza il suo sogno.

F. LENARDON – Grazie.

 

PUBBLICO – Scusi. A che altezza sono gli olivi?

F. LENARDON – Circa 550 metri. Al limite della crescita dell’olivo. Ci sono altre zone dove può crescere anche più in alto, però, indicativamente, il limite della crescita è 550 metri. Oltre questa quota, l’olivo non fruttifica più. Quello che abbiamo visto al termine del filmato è quello che mi ha mosso a fondare TreeDream, il sogno di rivedere queste terre ripopolate, riprese a nuova vita.

 

Un delitto sociale

Ora sono perdute: abbiamo un 60-70 % di oliveti abbandonati. Gli impianti dei terrazzi, come noto, sono millenari. E’ un vero delitto sociale, vederli persi in questo modo.

Il sogno che mi ha spinto a creare con Giuseppe questo movimento culturale è ciò che io vedo già realizzato. Io lo comunico come sogno ma per me è già una realtà: io già vedo le terre recuperate a vantaggio di tutti. Ora l’aspetto è davvero desolante. Con gli amici che hanno aderito a TreeDream puntiamo al recupero e alla rinascita di questo territorio, piano piano, pietra su pietra. Operiamo in modo concreto, perché le persone che ci aiutano sono persone concrete, persone che vogliono vivere delle loro fatiche, come è sempre stato in passato.

 

Una ragione “morale”

Alcuni olivicoltori non si sono permessi di abbandonare le loro terre per una ragione morale: sono le terre che hanno ricevuto dai loro genitori.

Non se la sono sentita assolutamente di poterle abbandonare, anche lavorando in perdita.

In questo momento storico, però, le nuove generazioni non accettano più questo stato di sofferenza. Desiderano che il lavoro degli olivi consenta loro di mantenere una famiglia onorevolmente: allo stato attuale questo non è più possibile.

Non è possibile perché coltivare e produrre olio a quelle altezze è una cosa davvero difficile. Noi abbiamo considerato che da mille anni a questa parte la differenza di tecnologia è veramente minima. In pianura, invece, l’agricoltura ha fatto passi da gigante. Nei piccoli sentieri di montagna non possono muoversi le grosse macchine agricole: è un’agricoltura che è rimasta “manuale”, un’agricoltura di fatica; giornate intere di lavoro per portar giù poche “quarte” [l’unità di misura delle olive raccolte] in frantoio e produrre pochi litri di olio.

G. STAGNITTO – Flavio, dobbiamo dire che non ci sarebbe un “progetto” se non ci fosse un “ragionamento”: l’economia sarà, a volte, anche una brutta bestia, ma noi dobbiamo tenerne conto. Il progetto nasce da una volontà.

Luigi Caricato, pioniere della differenziazione dell’olio d’alta quota

A dire la verità, a darci modo di iniziare tutto è stato Luigi Caricato. Infatti, Luigi Caricato ha scritto questo libro “Extravergini d’alta quota“: per la prima volta nella grande comunicazione, appare questo concetto “extravergini d’alta quota”. Gli specialisti certo lo sapevano. Ma quando mai è stato differenziato l’olio d’alta quota?

In questo libro è scritto che non basta dire ciò che tutti capiscono e cioè che l’olio d’alta quota ha costi superiori. Dobbiamo anche comunicare che l’olio d’alta quota ha un suo distinto profilo fisico-chimico.

E’ un prodotto differente.

Il ragionamento è di una semplicità lapalissiana: se l’olio d’alta quota fosse equivalente all’olio di quota inferiore, in un’ottica economico-finanziaria, sarebbe ragionevole lasciarli perdere questi olivi. Poi ci saranno certo altri motivi per tenerli su, per salvare i terrazzi, tutti capite cosa intendo dire.

E se, invece, noi questi olivi li guardassimo con occhi nuovi?

L’economia non conosce “oggetti fisici”: l’estimo ha certo bisogno di misurare, ma non è quello il cuore dell’argomento economico.

L’economia conosce “azioni”: Benedetto Croce l’ha scritto in un brano famoso della sua polemica con Pareto. L’economia conosce azioni, cioè “volontà” dell’uomo.

E’ un errore voler far conto sull’altruismo della gente: dovrei pagare di più un olio per i vantaggi sociali che derivano dalla sua produzione? Ci penseremo altrimenti, con una legge, con contributi, ma il cittadino pensa giustamente: non lo pago io di più l’olio di montagna.

E se invece il prodotto fosse, oggettivamente, differente?

In quest’obiettivo il Direttore Caricato si è impegnato a fondo: egli è stato il pioniere di questa “differenziazione”.

 

Il sostegno dell’Associazione della Sommellerie Professionale Italiana

Anche il Professor Giuseppe Vaccarini, Presidente dell’Associazione della Sommellerie Professionale Italiana ha scritto che Taggialto è una parola nuova “inventata per un olio che non può essere comunemente chiamato taggiasco”.

Taggialto è un’invenzione del mio Presidente Flavio Lenardon. Voi sapete che se non si trova il giusto “nome” non si può parlare.

Anche la storia della scienza è una storia di concetti e di “nomi”.

Una sera, nell’estate del 2011, avevo raccontato a Flavio che il filosofo americano Quine aveva dovuto riprendere una parola non più usata dal latino classico, per riuscire a meglio esprimere la differenza tra antinomia e paradosso.

Ricordo che, dopo, abbiamo parlato della necessità di “inventare” parole nuove: ad esempio, la parola mono-vitigno, che ormai è di uso comune, è una parola registrata dall’Azienda Nonino. Quella sera il mio Presidente Flavio Lenardon ha inventato la parola Taggialto.

La parola perfetta

Voi capite che valore ha la parola Taggialto?

Ha un valore infinito. Voi non la dimenticherete più, cari Signori. Vi è entrata dentro e non potrete più farne a meno perché è la parola perfetta.

E’ stata subito “sposata” da Luigi Caricato che ha scritto, ad esempio: “In alta quota l’olio prende il nome di Taggialto“.

A poco a poco Taggialto sta diventando quasi una parla di uso comune.

Qual è il nostro fine? Differenziare. La prima battaglia è questa: differenziare l’olio d’alta quota.

In fondo, non dovremmo far altro. Sarebbe sufficiente differenziarlo e così potremo davvero aiutare Rino e i suoi amici olivicoltori. Rino, infatti, rappresenta, allo stato attuale, una ventina di olivicoltori.

Ora però facciamo parlare Rino, un contadino che ha la casa piena di libri. Sentirete voi stessi come si esprime bene Rino.

Rino, ci racconti come è nata questa storia?

 

R. PELLEGRINO – Buonasera. Mi presento. Sono Pellegrino Rino.

 

 

Sono un contadino

Sono onorato e ho un grande piacere di parlare con voi. La mia professione è a volte definita come quella di “imprenditore agricolo”, ma io in questa definizione non mi ci trovo. Mi sembra un po’ più grande di me. Io sono un contadino.

Abito in un paese a 20 Km da Imperia. Grazie alla posizione soleggiata e anche un po’ più alta, io posso notare il cambiamento del paesaggio: vedo il verde degli olivi e poi il cambio di colore del bosco.

D’inverno mi sveglio e vedo le colline coperte di neve, gli alberi coperti di neve, che sembrano di cristallo: è una cosa meravigliosa, credetemi, è una cosa bella!

G. STAGNITTO – Guardate che uomo che abbiamo qua! E’ il nostro Direttore: è lui che là ci rappresenta.

R. PELLEGRINO – Mi sopravaluta. Grazie. Vedete, io ho tanti ricordi della mia infanzia: ho continuato questo lavoro di contadino per passione.

Io sono nato in un frantoio, si può proprio dire che sono “nato in un frantoio”.

E sono sempre stato a contatto con contadini veri: oggi i veri contadini stanno scomparendo.

Io vedo come una catena: mio padre ha seguito mio nonno, io ho seguito mio padre. Ora è come se la catena si fosse interrotta. Manca il prossimo anello.

Ricordo che nel frantoio arrivava sempre tanta gente ed io seguivo i loro discorsi. Ad esempio, ho imparato questa cosa: l’olio che gli olivicoltori utilizzavano nelle loro famiglie veniva sempre dagli alberi al confine col bosco, proprio in cima, al confine con la coltivazione dell’olivo.

A quella quota l’olivo fruttifica molto meno ma l’olio è molto più adatto per la conservazione. Allora all’olivicoltore interessava soprattutto la quantità, si faceva meno caso alla qualità; però, in questo caso, i contadini ci tenevano alla qualità e portavano a casa loro l’olio d’alta quota.

Questi discorsi sono stati fatti con Flavio Lenardon e da lì è nata la prima idea di portare anche a voi, sulle vostre tavole, quel gusto quell’aroma che conoscevano i nostri contadini cinquanta anni fa.

 

Noi non chiediamo niente

Noi non chiediamo niente: non chiediamo sovvenzioni, noi vogliamo solo che ci lascino fare.

Vogliamo solo poter lavorare come ci hanno insegnato i nostri genitori. Ad esempio ci hanno insegnato anche a costruire i muri a secco: è difficile oggi trovare chi sa costruirli come si deve.

 

G. STAGNITTO – Ora, se siete d’accordo, vediamo un documentario che mostra la ricostruzione di un muro a secco.

 

Proiezione del documentario “Ricostruzione di muro a secco” girato nel marzo 2012

 

Il documentario termina con queste considerazioni di Rino Pellegrino:

Alterniamo le pietre grosse

con pietre un po’ più piccole

perché il muro sia più bello.

Applausi del pubblico

G. STAGNITTO – “… perché il muro sia più bello!” non ce l’aspettavamo questa considerazione.

L’oratore precedente [Alfonso Pascale, già vicePresidente nazionale della Confederazione Italiana Agricoltori] è stato bravissimo e ci aiuta a cogliere la differenza.

In un’economia “di mercato” nessuna impresa avrebbe concesso ai suoi operai di curare così l’estetica, questo lo capiamo tutti, no?

 

 

Lassù vi è ancora chi alterna le pietre grosse con quelle piccole

E invece lassù, sulle montagne del Ponente ligure, Rino alterna le pietre perché il muro sia più bello. Altrimenti Rino soffrirebbe, vero?

 

R. PELLEGRINO – Sì, è la mia passione!

 

L’ultimo appello

F. LENARDON – A proposito di questo muro a secco ricostruito, volevo dire che questo sembrerebbe l’ultimo appello che abbiamo, per poter passare il “testimone” ai nostri giovani.

Non c’è più nessuno che impara quest’arte. Ora c’è un vero e proprio gap culturale tra le generazioni che conoscono questo lavoro e le nuove generazioni che non sanno farlo e non accettano più di doverlo fare alle condizioni attuali.

 

L. CARICATO – La conseguenza però è piuttosto grave perché significa abbandono del territorio, perdita di un paesaggio estetico ma soprattutto di un paesaggio “funzionale”: ricordiamo i recenti disastri in Liguria provocati dall’incuria del territorio.

Il contadino è stato costretto ad abbandonare il territorio. Purtroppo non esiste a livello istituzionale una attenzione verso i contadini.

Una proposta che io ho fatto – e che finora è caduta nel vuoto – è quella di defiscalizzare i contadini: i contadini, semplicemente, non devono pagare le tasse.

E’ meglio “non aiutare” i contadini: gli aiuti infatti vengono destinati sempre ai soliti, come a certi agriturismi che non c’entrano nulla con la vera agricoltura (a volte sono inseriti in un contesto che è solo paesaggio).

Per favorire quelli che non riescono ad accedere agli aiuti (perché la “macchinosità” è tale che non consente loro di fronteggiare l’acquisizione di questi contributi), l’idea più intelligente è semplicemente quella di non far pagare le tasse ai contadini.

Questo risparmio di denaro è recuperato per la propria sopravvivenza e potrebbe dare un senso al loro lavoro.


R. PELLEGRINO – Io sono considerato un “lavoratore autonomo”.

Il mio datore di lavoro è la natura

In realtà il contadino vero non è un lavoratore autonomo. Io ho un datore di lavoro molto severo e molto esigente, alla chiamata del quale io non mi posso rifiutare per nessun motivo: il mio datore di lavoro si chiama ambiente, si chiama natura.

Applausi del pubblico

Per farvi meglio capire quale è la mentalità del contadino, vi racconto una storia. Io avevo circa quattordici anni. Era l’alba di un giorno d’estate.

Allora si portava il fieno a casa con il mulo: eravamo in tre, in fila indiana, ognuno sul proprio mulo. Durante la notte un ramo spinoso si era abbassato sulla strada ed intralciava il cammino. Il primo, che era più anziano di me di parecchi anni, schivò quel ramo. Io, come secondo, ho imitato il primo.

Il terzo, che era più anziano di tutti, è sceso dal mulo e, con il coltello, ha tagliato il ramo. Ci ha detto solo queste poche parole: – “E se tutti facessero così, come avete fatto voi?”. A questo punto mi sono girato, pieno di vergogna. Ho avuto una lezione che mi è servita per tutta la vita.

 

G. STAGNITTO – Ora abbiamo un filmato di due minuti che farà anche vedere come TreeDream stia, a poco a poco, prendendo piede.

Chiariamo che TreeDream non è un’associazione formalizzata, ma è un movimento culturale.

 

R. PELLEGRINO – Vedete, con TreeDream è successa una cosa che mi ha meravigliato. Noi altri contadini siamo molto individualisti, noi liguri in particolare. Ora noi di TreeDream siamo venticinque, olivicoltori come me.

 

TreeDream ci ha riuniti

Già riunirci è un passo avanti. E’ difficile riunire i contadini. TreeDream è riuscito a riunirci.

Io voglio continuare per questa strada ed arrivarci fino in fondo, fin dove possiamo arrivare. Di questo dobbiamo ringraziare Flavio Lenardon, l’ing. Stagnitto e Luigi Caricato.

G. STAGNITTO – Se non ci aiutava Caricato, non eravamo certo qui.

Proiezione di un documentario riportante la testimonianza di Cesare Anfosso

Il documentario riporta queste parole di Cesare Anfosso:

“C’è una cosa ancora da dire. C’è da ringraziare Flavio Lenardon che non dico che ci ha aperto gli occhi – perché in fondo gli occhi aperti li avevamo – però, nel nostro cervelletto ci ha fatto scattare delle lampadine: “ma è vero! ma si poteva fare! Come mai non l’abbiamo fatto?”. Tocca a lui continuare …”

CESARE ANFOSSO

Frantoio BAGLIETTO & SECCO

Villanova d’Albenga

Infine il documentario mostra foto delle riunioni del Direttivo di TreeDream

 

G. STAGNITTO – Tra di noi c’è gente che sa pensare!

I contadini liguri parlano bene

L. CARICATO – Grazie. Se posso dire una cosa, con tutta sincerità, ciò che mi ha sorpreso è che i contadini liguri (a Rino piace essere chiamato “contadino”) sanno parlare molto bene: hanno delle espressioni molto belle e poetiche. Ovviamente parlano bene anche contadini di altre zone; però non tutte le zone hanno contadini con questa “apertura mentale”.

Nazarino ha detto: siamo un po’ chiusi, ma in fondo hanno dimostrato comunque di credere in chi, in fondo, con l’agricoltura ha poco a che fare.

Questa testimonianza mi sembrava doverosa, perché, secondo me, queste iniziative devono partire “dal basso”, come parte dal basso anche il nostro Olio Officina Food Festival.


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