Una nuova sfida: far conciliare il profilo sensoriale dell’olio da olive con la cucina tradizionale indiana

L’Italia dell’olio di oliva è partita unita alla conquista del mercato indiano. Il Consorzio di garanzia dell’olio extra vergine di oliva di qualità ha messo in atto una campagna di promozione denominata Oliveitup, con il chiaro obiettivo di far conoscere i nostri extra vergini rendendoli familiari a una cucina molto diversa. La difficoltà più grande sta nell’integrazione con le ricette tradizionali indiane. Un punto di forza a favore del consumo degli oli di oliva è tuttavia la leva della salute e del benessere. L’India è il primo Paese al mondo con il più alto numero di pazienti con problemi cardiocircolatori, circa il 10% della popolazione. L’attenzione verso gli extra vergini non manca, visto che esiste anche l’Indian olive oil association, ma fino ad oggi l’utilizzo era stato in gran parte per fini non alimentari, quale olio pregiato per massaggi.

“Per ora ci si muove con prudenza”, mi ha confidato il presidente del Consorzio di garanzia dell’extra vergine di qualità Elia Fiorillo: si cerca di entrare in scena con oli che si abbinino bene con pietanze indiane, preservando e rispettando l’equilibrio aromatico, spesso complesso e ricco di sfumature. Così, per superare la resistenza dei più tradizionalisti, gli oli italiani giocano la carta dei programmi televisivi di cucina. Quale migliore pulpito!

Io sto lavorando in tal senso, su altri fronti. Aspettatevi a breve qualche buona e ghiotta novità

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5 risposte a Una nuova sfida: far conciliare il profilo sensoriale dell’olio da olive con la cucina tradizionale indiana

  1. Il lavoro che il Consorzio dell’extra vergine sta conducendo in India in realtà dovrebbe essere portato avanti anche in Italia.
    Al nostro centro culturale arrivano persone che ignoravano cosa sia l’olio di oliva. Lo utilizzano per abitudine, ma non ne conoscxono i modi per utilizzarlo correttamente. Purché sia olio, del resto poco importa.
    E’ necessario far acquisire la più elementare forma di conoscenza degli oli di oliva. Per fortuna che la gente oggi ha voglia di confrontarsi su questi temi. Grazie.

  2. MASSIMO scrive:

    Il tentativo di conciliare l’olio extra vergine di oliva con le sue notorie e naturali caratteristiche fruttate con la cucina tradizionale indiana, suona un pò come se noi, tradizionalisti italiani, volessimo utilizzare un condimento, famoso all’estero dalle altrettante caratteristiche aromatiche (ad esempio il black salt indiano) all’interno dei nostri piatti. E’ evidente che noi “cultori” e sensibili anche alle minime differenze di gusto dei piatti nostrani, dovremmo bocciare tale iniziativa. Non per grettezza mentale e rifiuto di una qualche voglia di “fusion” a prescindere, ma per piacere di gustare i nostri piatti tipici con le proprie peculiari caratteristiche. D’altra parte anche in Giappone , dove esiste una cucna tradizionale ben specifica, l’olio extra vergine di oliva non è usato. Se si usa l’olio di oliva , in tutta la sua gamma di sfumature è per l’impiego in cucina “western”. Gli indiani tradizionalisti molto difficilmente coniugheranno l’olio extra ai loro piatti tradizionali che personalmenteho voluto assolutamente assaggiare. Ecco che allora è necessario , per raggiungere la massa , in attesa di un’affermazione del made in Italy che attualmente può interessare solo fascie di consumatori, diciamo privilegiati, puntare su olii della gamma meno nobili e meno costosi, come l’olio di sansa di oliva o l’olio di oliva. Solo così , amio personale avviso si potranno conquistare grosse fette di consumatori. Il tentativo deve essere fatto (intendo di far utilizzare l’extra) e cuochi indiani si prestano a ciò….ma poi all’atto pratico i consumatori ne saranno convinti?

    • Il grande dubbio è sempre il medesimo di sempre: i consumatori si convinceranno ch’è opportuno alle volte curiosare tra le varie materie prime e reinterpretare le proprie tradizioni senza rimanere staticamente immobili su ciò che già si conosce?
      Io personalmente amo le sfide e ritengo sia giusto provare nuove esperienze.
      Occorre coltivare il proprio innato spirito di curoisità.
      Proprio l’altro ieri sono stato in un ristorante giapponese a Milano. Ho portato con me una bottiglietta d’extra vergine e il cameriere mi ha guardato disorientato, un po’ diviso tra sentimento di stupore e incredulità.
      Sono forse un iconoclasta?
      L’abbinamento – a parte tutto – non mi è dispiaciuto

      • massimo scrive:

        Hai ragione. C’è l’innegabile desiderio di sperimentare. Ma nel marketing si distinguono, tra gli altri, i consumatori pionieri stimabili in una percentuale del 2,5%…..poi ci possono essere gli adottanti iniziali (13,5%). In buona sostanza sono pochi quelli che amano sperimentare per il gusto di provare. Se ci fai caso all’imbocco dell’autostrada (per chi non fa uso del telepass) l’ultimo ingresso sulla destra è sempre libero….mentre quello accanto è pieno di automobili….

        • E’ sempre così, i pionieri sono sempre più solitari, mentre staccano il resto del mondo con lo sguardo puntato in avanti.
          Solo l’educazione alla curiosità può incrementare il numero di imitatori.
          Quando sono in autostrada e non ho il telepass, guarda caso mi dirigo sempre verso l’ultimo accesso a destra; poi però alcuni capiscono l’opportunità e si forma prontamente la coda dove mi sono piazzato io.
          Ecco, occorre stimolare alla maggioranza la curiosità e la voglia di provare.
          Non è facile

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