Questa non è Xylella, ma un’opera d’arte

Questa npn è Xylella

“(…) la sintomatologia del grave disseccamento degli alberi di ulivo non è necessariamente associata alla presenza del batterio, così come d’altronde non è, ancora allo stato, dimostrato che sia il batterio, e solo il batterio, la causa del disseccamento. (…)”

Dal Decreto di sequestro preventivo d’urgenza, del 18 dicembre 2015, a opera della Procura di Lecce, documento a firma  del Procuratore della Repubblica Cataldo Motta, del procuratore aggiunto della Repubblica Elsa Valeria Mignone e del sostituto procuratore della Repubblica Roberta Licci

 

“(…) Un nuovo studio ha confermato che la Xylella fastidiosa è responsabile della malattia che sta distruggendo gli alberi di ulivo nel sud Italia. Anche oleandro e Polygala myrtifolia soccombono al ceppo pugliese del batterio, ma agrumi, vite e leccio sembrano essere resistenti. (…)”

Dalla relazione dell’European Food Safety Authority, pubblicata il 22 marzo 2016 sul sito istituzionale dell’EFSA, con il titolo Progetto pilota sulla Xylella fastidiosa per ridurre le incertezze di valutazione del rischio

 

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Made in Italy? Ci vuole coraggio, e anche un po’ di audacia

istriaLa materia prima olio da olive è sempre fondamentale, purtroppo non è sufficiente. L’Italia ha bisogno di imprenditori veri, che investano e si impegnino sul fronte qualità e, non da meno, sul fronte della riduzione (sensibile, non apparente) dei costi di produzione. Mancano inoltre all’appello, tranne poche e rare eccezioni, coloro che investono anche all’estero, producendo olive e olio altrove, non solo sul suolo patrio. Non è una bestemmia, ma un segno di intelligenza, anche perché oggi siamo in un mondo in cui l’economia non è più chiusa nel proprio orticello domestico. O si è propositivi, o si diventa terra di conquista – come già sta accadendo per acquisti di terreni, aziende agricole e marchi commerciali. Ci vuole coraggio, e anche un po’ di audacia. Per questo è necessario rivedere le proprie posizioni. C’è da una parte, in evidenza, il baluardo del made in Italy, che andrebbe perfezionato e maggiormente tutelato sul piano commerciale e comunicativo, come pure sul fronte del marketing (anche perché non ha senso che sul nome dell’Italia gli altri facciano gli affari attraverso le leve dell’italian sounding e noi stiamo invece a guardare, incapaci di valorizzare un brand, quello del mito Italia, che gioca ancora a nostro favore). E c’è, dall’altra parte, il coraggio di riflettere sulle nostre reali incapacità, oggettive e indiscutibili, che ci hanno portato finora a gridare in difesa del made in Italy, ma in maniera inconcludente, senza nemmeno il buon senso di rendersi conto che gli strumenti e le occasioni non sono mai mancati: anche perché il fallimento delle attestazioni di origine a marchio Dop, per via di un loro peso commerciale pressoché inconsistente, dimostrano che siamo effettivamente bravi solo a lamentarci, ma non a creare valore e riuscire nell’intento di far percepire tale valore anche al consumatore. Se siamo incapaci di valorizzare gli oli dei singoli territori, come possiamo misurarci in maniera vincente sul made in Italy? Non è possibile. E’ un problema serio che va affrontato seriamente, non con le pagliacciate di coloro che parlano alla pancia della gente solo nascondere a se stessi la verità e trovare giustificazioni ai propri fallimenti. Pensare di creare illusioni attribuendo a nemici esterni le proprie colpe, può solo rimandare a data indefinita i tanti irrisolti problemi, ma non superarli. Per superarli, occorre ben altro. A mancare al sistema Italia – ma lo sappiamo tutti, è che non abbiamo il coraggio di ammetterlo – è soprattutto un tessuto culturale e morale, finora alquanto lacunoso.

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Quelli che si stracciano le vesti perché l’olio tunisino

tunisia foto lcColoro che si stracciano le vesti, e sono del mestiere, lamentandosi, o sono ignoranti o in malafede. L’Italia ha necessità di importare olio da olive dall’estero perché non autosufficiente. Ne consumiamo circa 600 mila tonnellate, ne esportiamo circa 400 mila, di conseguenza il nostro fabbisogno annuo è di un milione di tonnellate. Non abbiamo il coraggio di ammettere che stiamo arretrando, non piantando più nuovi olivi: produciamo solo tra le 300 e le 350 mila tonnellate d’olio. Importarlo dalla Tunisia senza dazio o da altri luoghi non cambia nulla. Oltretutto il prezzo dell’olio tunisino è anche più alto di quello spagnolo. A doversi lamentare semmai dovrebbero essere gli spagnoli o i greci, da cui noi acquistiamo grandi quantitativi. Per ciò che concerne la qualità nutrizionale, sensoriale e anche igienico-sanitaria, in Tunisia garantiscono prodotti di qualità certa. L’Italia dovrebbe interrogarsi sulle proprie responsabilità nell’aver abbandonato da almeno tre decenni la propria olivicoltura e nell’aver abusato di tanti finanziamenti destinati al comparto ma dirottati altrove. La Spagna, tanto per intenderci, anziché disperdere i fondi comunitari ricevuti a pioggia anche dall’Italia negli anni passati, ha messo a frutto tanto danaro pubblico realizzando investimenti notevoli e con risultati di alto profilo Continua a leggere

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Dieci punti per salvare l’Italia dell’olio

opera di sannicandroSono stato intervistato lo scorso 12 febbraio dal giornale “Cronache di gusto“, insieme con Marco Oreggia; e dopo aver pensato ed elencato i miei dieci punti per tentare di salvare l’Italia dell’olio (da se stessa), ve li propongo ora anche qui, sul blog “Olivo Matto”, tal quali, così, giusto per riflettere. Potete non essere d’accordo sulla mia visione dell’Italia contemporanea, ma nulla toglie alla verità di quanto sostengo ormai da lungo tempo, anzi da fin troppo tempo, seppure continui a essere inascoltato. L’Italia ha paura, e nessuno vuole ammetterlo; e tuttavia ha l’intemperanza di opporre una tenace, quanto costante, resistenza. Resiste a tutto l’Italia, anche a se stessa, ma, più di tutto, resiste al proprio futuro, preferendo rimanere ancorata a una visione nostalgica del passato Continua a leggere

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Siamo fermi, e perfino ostili

_ superintensivo 11 aIl grande pericolo, quello vero, è che da un lato si assiste al progressivo abbandono delle coltivazioni di olivo, anche perché l’Italia non è più al passo con i tempi, e non riesce a rendere moderna la propria olivicoltura, pur valorizzando l’esistente; e, in più, fatto ancor più terribile, il nostro Paese sta perdendo d’altro canto lo spirito che animava i nostri avi: non stiamo più piantando nuovi olivi. Siamo fermi, e perfino ostili verso l’ipotesi di aprire a nuove piantagioni. Gli altri paesi piantano, e noi invece siamo fermi, incapaci di pensare al futuro. Non è un problema dovuto alla crisi economica ma una questione strettamente culturale e perfino psicologica. Siamo in crisi di identità: difendiamo giustamente il passato, per non perderlo, ma non siamo più in grado di costruire il domani Continua a leggere

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Premio Olio Officina – Cultura dell’olio 2016

Premio Olio Officina Cultura dell'Olio, logo aQuando ho ideato questo premio, correva l’anno 2012, in coincidenza con la prima edizione di Olio Officina Festival. Ogni anno, così, come ormai da tradizione, vengono attribuiti i riconoscimenti per quanti hanno contribuito a elevare e diffondere la conoscenza degli oli da olive. A riceverli questa volta sono tre italiani e uno spagnolo. Gli italiani sono due donne e un uomo. Le donne: l’imprenditrice Laura Turri e l’antropologa e scrittrice Daniela Marcheschi. L’uomo: l’architetto Antonio Monte. Lo spagnolo è l’editore di “Mercaei” e “Olivatessen”: Juan A. Peñamil Alba. Perché sono stati premiati? E perché l’idea di questo premio? Parto dalla seconda domanda, e rispondo molto semplicemente perché nessuno immagina il grande lavoro che sta dietro a un prodotto alimentare come l’olio da olive. Ci sono persone che dedicano tante energie per favorire una sana cultura dell’olio, e molte di queste persone sono perfino estranee al comparto, lo fanno solo perché ci credono fortemente, perché danno valore a ciò che apparentemente non lo ha. Altre persone, invece, sono protagoniste di primo piano nel mondo dell’olio, si occupano d’olio per prefessione, e allora è importante riconoscere il loro impegno, la grande attenzione che dedicano nel creare una sana ed efficace cultura dell’olio. Ci si limita invece a produrlo, l’olio da olive, considerandolo pura merce e nulla più, non, al contrario, l’equivalente di un’opera di carattere culturale, così come può essere un libro o un dipinto o una scultura. Ecco, io, con questo premio, sento di essere riconoscente per quanti a vario titolo hanno contribuito a elevare una materia prima tanto nobile qaunto fondamentale per la civiltà qual è appunto l’olio ricavato dalle olive. Se questa materia prima ha oggi un valore, lo deve anche al contributo di chi ha fatto tanto perché tale valore venga riconosciuto in tutta la sua evidenza.
La prima domanda: perché sono stati premiati? La risposta la trovate nelle rispettive motivazioni riportate di seguito Continua a leggere

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