L’olio da olive è patrimonio dell’umanità

olio non ancora separato

Mettiamola così. L’Italia è un paese di grande tradizione olivicola e olearia, ma mentre in passato riusciva a comunicare con grande capacità ed efficacia questa sua specifica natura e identità, oggi non riesce più a farlo in maniera innovativa e avvincente. Così, ogni qual volta si decide di comunicare intorno all’olio, si stenta a farlo bene, o lo si fa addirittura male, con imperizia. Manca, in particolare, la capacità di comunicare in modo originale. Eppure abbiamo grandi oli extra vergini di oliva che si distinguono per qualità e unicità di caratteristiche sensoriali. Non sappiamo più raccontare la nostra storia, con il nostro tessuto connettivo, l’imprinting che ci contraddistingue da altri paesi, e, di conseguenza, ci rinchiudiamo per comodità e pigrizia in rassicuranti ma inespressivi slogan, divisi tra nostalgia del passato e mancanza di sguardo aperto al futuro.

Queste riflessioni mi vengono spontanee dopo aver riletto il mio editoriale-incursione scritto per Olio Officina Magazine (QUI). Vado riptenendolo sempre, ma non mi pare che gli italiani reagiscano come dovrebbero. Sul mio profilo facebook i vari commenti mi fanno percepire che ancora non ci siamo, l’idea di innovare la comunicazione sembra non essere una esigenza importante, tutti badano al sodo: vogliono vendere, vendere, vendere, al prezzo più remunerativo possibile. Non si curano minimamente di stile, linguaggio e contenuti, la cultura importa poco, conta solo il guadagno, pur leggitimo, ma senza conenuti culturali si è fuori campo, senza energie, battuti e sconfitti in partenza. Non può esserci economia senza cultura, ma nessuno prende in considerazione questo mio pensiero, tranne pochi coraggiosi e illuminati imprenditori.

L’olio da olive, con la sua qualità, ha fatto enormi passi in avanti, ma lo si racconta ancora come se fosse l’olio del passato. Le invenzioni, tuttavia, se guardiamo bene, ci sono, manca però il tessuto umano in grado di accoglierle. Ogni traguardo ha bisogno di persone disposte a partecipare a un percorso.

Alcuni, per difendersi dall’accusa di inedia, si giustificano dicendo che mancano le risorse per fare comunicazione. In realtà non è così: la creatività – perché quando si fa comunicazione l’elmeneto fondante è la creatività – non è fatta solo di investimenti di danaro, ma di idee, e le idee possono averle sia coloro che hanno la pancia piena, sia quanti si trovano in difficoltà di bilanci. Sono anzi coloro che hanno maggiori difficoltà economiche ad aver grande fame di successo, proprio come è accaduto all’Italia in passato, quando nacquero i grandi marchi commerciali di oggi.

Per essere compiutamente innovativi sul fronte della comunicazione, occorre trovare una voce comune per l’olio. I popoli che producono e consumano debbono unirsi e ritrovarsi nel nome dell’olio. Non sta bene rinchiudersi suklla difensiva e sentirsi concorrenti, rifiutando la collaborazione, ma è necessario rompere i vecchi schemi e inventare un nuovo linguaggio per l’olio. Non a caso la prima edizione di Olio Officina Festival, nel gennaio 2012, aveva quale tema portante “il linguaggio dell’olio”. Si tratta di ripartire da qui, dal rinnovare il linguaggio, rendendolo linguaggio di tutti, popolare, inter etnico, di totale apertura.

La comunicazione, quella ben condotta, va oltre la questione puramente commerciale. Solo la conoscenza, sviluppata attraverso una corretta ed efficace comunicazione, può portare, a distanza di tempo, vantaggi anche economici.

L’olio da olive è patrimonio dell’umanità: va condiviso. La questione centrale non può essere, pertanto, l’origine, quanto invece la qualità. Il consumatore deve essere educato a percepire e comprendere il valore della qualità (anzi: delle molteplici espressioni della qualità). Se ci si limita a esaltare l’origine, anziché la qualità, si rischia solo di scivolare nel più bieco sciovinismo, in quella forma perversa di Km 0 che può solo annientare la civiltà.

(La foto di apertura è di Luigi Caricato)

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Una risposta a L’olio da olive è patrimonio dell’umanità

  1. Rocco Lopardo scrive:

    Grazie Luigi.
    Per la tenacia, la coerenza e la passione con la quale porti avanti il tuo lavoro.
    Grazie per il tuo modo di sostenere certi principi che non sono mai di comodo, ma di estrema lungimiranza.
    Sono un lucano trapiantato in Toscana da quasi 15 anni e costatando quello che in questa regione è stato sapientemente costruito intorno al vino e la viticultura, non posso che condividere quato riportato in questo tuo articolo.
    Quando un indenditore sceglie un vino, soprattutto gli stranieri “esigono o quantomeno gradiscono,”non solo che gli vengano elencate le caratteristiche e gli abbinamenti di ciò che stanno per consumare, quanto la storia che ha generato quella bottiglia, quasi da volerne catturare attraverso la percezione sensoriale anche un pochino di quella leggenda di cui loro sono destinatari.
    Con estrema sodisfazione condividono con i loro commesali il piacere di tanta rarità.
    Il conto?
    solo il giusto riconoscimento.
    QUANDO ANCHE L’OLIO SAPRA’ TRASMETTERE SENSAZIONI CHE VANNO OLTRE LE PERCEZIONE SENSORIALE, a mio modesto parere, LI TROVEREMO ANCHE IL GIUSTO RICONOSCIMENTO.
    Non esiste l’olio da olive italiano.
    Ci sono gli oli da olive tutti diversi tra loro: per combinazioni di cultivar, per territorio, per clima ecc. ma soprattutto diversi per storia perché ogni olio da olive é unico ed irripetibile.
    Qando nella bottiglia riusciremo a metterci oltre la qualità, anche le emozioni, avremo l’olio da olive di qualita inpareggiabile.
    Grazie Luigi.
    Rocco Lopardo.

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