Santa Mongiello, benedici il tuo popolo

A me francamente viene da ridere. Perdonatemi, ma sono fatto così. Pensare all’insegnante – perché di professione Colomba Mongiello prima di concedersi alla politica ha fatto l’insegnante di inglese e francese nella scuola superiore pubblica – come a un punto di riferimento, mi fa solo venire in mente lo stato, penoso, in cui versa il paese Italia. Non che io giudichi male la signora Mongiello, per carità. Sono felice per lei, del suo successo. Peraltro non la conosco e non posso giudicarla, non mi permetterei mai. Alle volte ci sono persone del settore olio che non capiscono un’acca, magari lei, dal di fuori, può essere più lucida. Tuttavia, con tutta la franchezza che mi caratterizza, posso dire che la parte più ridicola della vicenda sono coloro che l’hanno eletta a simbolo del mondo dell’olio. Ci sta tutto, sia ben chiaro, ma, fatemelo dire dal cuore, l’Italia dell’olio poteva benissimo aspirare a ben altri simboli, più aderenti alla realtà, meno estranei della Mongiello. Però è accaduto questo e ne prendiamo atto. Ora, a parte questa digressione, mi viene da sorridere ancora una volta quando penso che la “legge Mongiello” – altrimenti detta “salva olio italiano” – viene  evocata ogni volta, soprattutto in prossimità di eventi strairdnari come il periodo dell’olivagione, quando si ha necessità di dar fiato alle trombe. Per certi versi, e forse inconsapevolmente, la Mongiello è relegata al ruolo di “donna oggetto”. Si usa e si abusa del suo nome per dare credibilità e lustro a un testo di legge articolato come fosse un castello di sabbia, pronto a dissolversi nel tempo. La Commissione europea aveva disposto la sospensione della legge Mongiello fino al 22 novembre 2013. Oggi quei termini sono trascorsi e c’è chi grida al miracolo quasi avesse visto la Madonna benedicente. Io non è che sia un esperto giurista, sia ben chiaro, ma chi nel frattempo grida al miracolo e sostiene l’applicabilità di una legge così zoppicante mi sembra che assuma un comportamento piuttosto ardito. A me sembra evidente che nonostante sia trascorso il termine del 22 novembre, tutto resti ancora avvolto nel limbo. C’è un netto contrasto con il diritto comunitario che va ancora chiarito, ma forse il popolo vociante che invoca a gran voce la Mongiello ha troppa fretta per illudersi di cantar vittoria. A parte tutto, pur considerando le nobili aspettative di chi ha redatto tale mostro giuridico, la legge in quanto tale, per quanto possa essere un segnale di speranza, non risolve certo i problemi scaturiti da una totale assenza, ultraventennale, di visione del futuro da parte di una componente miope di una filiera (non tutta, per fortuna) che non sa guardare alle proprie responsabilità, per i disastri che si stanno viendno, ma sa solo evocare personaggi mitologici continuamente in cerca d’autore. Oh, santa Mongiello, prega per noi.

Questa voce è stata pubblicata in Olivo Matto. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Santa Mongiello, benedici il tuo popolo

  1. Ettore Franca scrive:

    Caro Luigi, il mondo dell’olio da olive a me sembra viva in una certa confusione, in progress perenne, alimentata da regolamenti, leggi, circolari, “esperti” dell’ultima ora, articoli sui magazines e trasmissioni-spettacolo che rendendo arduo il navigare.
    Mi limito alla forzatura delle definizioni merceologiche che costringono al treno di aggettivi laudativi (olio extra vergine di oliva) per definire quello che basterebbe chiamare “olio d’oliva” senza bisogno di ricorrere a quella specie di romanzo che vorrebbe “spiegare” cos’è l’olio e ammesso che qualcuno riesca a leggere la dicitura relativa.
    L’ “Olio vergine d’oliva”, è diverso dall’extra perchè, come risulta dal romanzetto, non è “di categoria superiore”. Mi chiedo, dov’è l’ “olio vergine d’oliva”? sfido qualcuno a portarmene una bottiglia etichettata.
    Ricorrere poi, nella spiegazione che accompagna l’ “olio di oliva” mercantile, alla sottile finezza -“raffinato” invece di “rettificato” – giocando su due parolette che suonano diversamente nel consumatore “normale”.
    Non bastava. Da tempo s’è scatenata la difesa dell’olio patriottico a favore del quale, in molti, alzano scudi. Ecco allora i “made in Italy”, i “100% italiano”, i “QM”, le “DC” – per denominazioni comunali – e sicuramente qualcos’altro che mi sfugge.
    Eureka, finalmente ecco la soluzione col limite dell’ultimo parametro, gli alchil-esteri, stabiliti con limiti non supportati da sufficiente documentazione scientifica. Basta apparire i primi della classe abbassandoli rispetto a quelli accettati dai concorrenti, per poi accorgersi che sono superati da onestissimi oli italiani, mandando in crisi certe aree dove, da sempre si produce olio italianissimo.
    Nel clangore di quanti parlano, raramente fra quanti dovrebbero – come il Ministero o le Associazioni olivicole – si sente qualcuno che spezza una lancia per gli oli DOP.
    Denominazione di Origine Protetta significa che gli olivi – fra l’altro di cultivar specificate (anche se spesso sono troppe e sommariamente indicate) – sono coltivati in un areale ben definito nel quale, dalle loro olive, i frantoi devono estrarre l’olio che, sempre entro quel preciso territorio, deve essere confezionato.
    Un olio DOP non è, quindi, solamente un “olio italiano”. E’ un olio che ha una origine dichiarara, certificata, controllata; è legato ad un ambiente specifico e alle tradizioni di quella gente ed è il risultato di una storia che, insieme, si presentano con la loro faccia e con l’orgoglio di essere olivicoltori e frantoiani.
    Altro che “made in Italy” o “100%” e simili orpelli.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *