Accogliere o demonizzare l’olio dolce?

NestlèL’olio dolce è un’espressione tecnicamente non valida, ma rende bene l’idea. Un tempo gli oli avevano prevalentemente un carattere di dolcezza, una sensazione morbida al palato, l’amaro e il piccante poco evidenti, in molti casi assente. Piaceva il gusto a volte perfino dolciastro, tipico degli oli lampanti o comunque vergini prossimi al lampante. Poi pian piano arrivarono gli oli dal fruttato netto, amari e piccanti. I patiti dell’olio eccellente lo preferiscono solo amaro e piccante, muscolare, possente. Il consumatore, tuttavia, continua a preferirlo dolce, dal gusto poco accentuato. Che fare? Condannare gli amanti dell’olio da olive mature? Io prediligo gli oli dalla personalità netta, perfino dalla sensazione astringente, purché siano eleganti e fini, armonici. Credo in ogni caso nella libertà delle preferenze. Perché impedire a chi ama un gusto meno accentuato, poco o per nulla amaro e piccante, di soddisfare il proprio piacere? Ci vuole tolleranza. Ecco, nella foto che mi ha fornito Massimo Occhinegro, un esempio di differenziazione del gusto, con etichetta che non lascia spazio a equivoci. Sono due bottiglie di olio Nestlè, vendute in Svizzera. L’extra vergine dal gusto fruttato riporta le olive verdi in etichetta; l’extra vergine dal gusto dolce le olive già mature, nella evidente pigmentazione scura del frutto. Io non sarei così drastico, il consumatore va comunque accontentato. E non si tratta certo di un affronto alla qualità. Sui gusti personali non di discute.

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5 risposte a Accogliere o demonizzare l’olio dolce?

  1. Giusto quesito, spesso il consumatore durante rassegne, manifestazioni, in cui è possibile assaggiare oli più che interessanti rimane perplesso, interdetto, da sentori piccanti e amari per lui quasi sconosciuti, abituato com’è agli oli dal gusto «delicato» proposti sugli scaffali della GDO a prezzi allettanti o procurati dall’amico «intenditore». Ma… Dopo tanti sforzi e preso atto che una cultura dell’olio di qualità diffusa è ancora lontana dal realizzarsi, sdoganare senza un’adeguata preparazione il concetto di olio «dolce» che effetto può avere? Mi pare di cogliere tra i produttori un certo ripensamento nella realizzazione di oli estremi, di ardua comprensione da parte del pubblico, forse una «via di mezzo» specie nei prodotti base potrebbe essere la più corretta. Non dimentichiamoci che alte cariche polifenoliche significano salubrità del prodotto non solo piccante e amaro…

  2. Andrea scrive:

    Buongiorno

    Credo tolleranza sia la parola da incorniciare in questa discussione. L’altra sarebbe conoscenza. Conoscenza dei propri gusti, degli abbinamenti, e di cultivar piu’ “miti”, che anche quando prodotte lege artis si avvicinano a gusti, mi si scusi il termine, continentali. Che a loro volta vanno educati e sviluppati…

  3. lorenzo consales scrive:

    Ero un consumatore di oli tipici da supermercato. Ho frequentato ( e sto ancora frequentando) alcuni corsi di formazione per “assaggiatori di oli extravergini”. Grazie a queste esperienze il mio rapporto con l’olio di oliva è radicalmente cambiato. Premetto che sono orientato più su l’olio deciso amaro e piccante quanto basta per farmi valutare la presenza di polifenoli che sono determinanti per la salute dei consumatori, ma ho degustato anche oli cosi detti dolci (indipendentemente dal ffruttato) di ottima qualità. Dunque si, vanno bene anche gli oli dolci ma se non presentano caratteristiche negative (difetti) spesso presenti nelle olive troppo mature come l’avvinato, il rancido, riscaldo e quant’altro. Infine, comunque, teniamo presente che oli contenenti un alto numero di polifenoli e fenoli garantiscono una durta più lunga preservando l’olio dall’ossidazione e quindi dall’irrancidimento.

  4. vincenzo nisio scrive:

    Si ma un attimo però.
    Stiamo facendo tanto e adesso vogliamo rischiare di togliere l’identità all’extravergine?
    L’olio è extravergine quando presenta determinate caratteristiche, anzi, io abbasserei anche i valori – dall’acidità che porterei a 0,4 ai perossidi, polifenoli e così via.
    Sono d’accordo che sui gusti personali non si discute, ma dico che ci sono ottimi oli in commercio, che presentano caratteristiche sensoriali e note olfattive poco intense (fruttato leggero) ma che sono di ottima qualità.
    Quindi: Accogliere o demonizzare l’olio dolce? A mio parere dipende dalla qualità dell’olio.

    Ricordo un bellissimo articolo del dottor Caricato, interessante da condividere ancora:
    http://www.olioofficina.it/2013/07/salviamo-lautenticita-degli-oli-dal-fruttato-leggero/

  5. Massimo scrive:

    L’olio cosiddetto dolce, alle volte definito delicato, ottenuto da olive giunte ad un elevato stadio di maturità , è visto dai puristi dell’extra vergine come un mostro da combattere in ogni modo, dimenticando che molti consumatori lo amano, disdegnando quelli più amari e piccanti.
    La questione non è di poco conto considerando che ad apprezzare il gusto dolce dell’olio , non sono soltanto i consumatori italiani ,ma quelli mondiali.
    Moltissime aziende infatti, riscontrano il più alto numero di reclami proprio tra gli oli osannati dai critici. È dunque possibile un’opera di persuasione globale e se si , a quali costi?

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