Viva l’olio, abbasso le guerre

Aerei militari in volo. Foto di Luigi Caricato

Aerei militari in volo. Foto di Luigi Caricato

Oggi, in chiusura di 25 aprile, anniversario della Liberazione, vorrei ricordare gli anni difficili e drammatici vissuti dai nostri genitori, nonni  o bisnonni. E’ stato un periodo amaro, contrassegnato da un dolore e da una miseria devastanti. Quanto è accaduto in quegli anni, chiede a gran voce di essere ricordato. Nulla può e deve essere dimenticato. Mai. Occorre sempre coltivare il senso della memoria, affinché nessun altro obbrobrio possa ancora verificarsi, anche se in realtà siamo certi che il male attraversi comunque l’uomo, e non c’è modo di placare gli animi. Le guerre non finiranno, perché sono connaturate in noi, e proprio per questo è opportuno rievocare quanto meno la durezza di quegli anni. Mia nonna, pur vivendo nel Salento, in un’area solo sfiorata dalla guerra, mi raccontava spesso le vicissitudini del suo tempo, lei giovanissima, madre di cinque figli, quando altrove, nel cuore vivo della Resistenza, si consumava la miseria più atroce, con una fame che irrompeva distruggendo ogni speranza. Gli aerei delle truppe amiche lanciavano paracadute seminando armi, medicine, alimenti e vestiario, ma tra morti e feriti, la contraerea tedesca rispondeva al fuoco abbattendo aerei americani e inglesi. Le strade erano impercorribili, i carri armati in fiamme, i mitragliamenti senza sosta, la disperazione e il panico. I partigiani facevano la propria parte, per quanto potevano. Combattevano, ma svolgevano nel contempo anche un’attività di solidarietà e primo soccorso. Distribuivano cibo alle popolazioni, l’olio e il grano in particolare, dopo aver svuotato i magazzini governativi di gran corsa, per evitare che ogni ben di Dio cadesse in mano ai nazisti. In un libro di storia locale che non mi ritovo in questo momento, regalatomi con grande amore da un ex combattente toscano scomparso da almeno un decennio, ho avuto modo di leggere storie raccapriccianti e insieme di grande generosità. Nell’immpossibilità di receuperare qualche libro, traggo qualche utile traccia dal sito “Montalcino ieri”, da cui riporto uno stralcio, giusto per onorare, sempre nel nome dell’olio, il post odierno su Olio Officina, e così, a voi tutti, buon 25 aprile. La libertà, credetemi, vale la pena aggiudicarsela a qualsiasi prezzo.

Una mattina si sparge la voce che il magazzino destinato all’ammasso obbligatorio dell’olio di oliva posto in Via Panfilo dell’Oca (locale ora in uso al Quartiere Borghetto) ha il portone aperto; i recipienti in eternit (materiale oggi proibito perché cancerogeno), grossi come botti, sono pieni di olio a disposizione della cittadinanza. Da ogni parte arrivano donne, uomini e ragazzi con secchi, pentole e tegami da riempire (fiaschi e bottiglie non sono riempibili alla svelta). In poco tempo la scorta si esaurisce; lungo le strade restano le tracce lasciate dall’olio gocciolato dai recipienti di fortuna. Dopo pochi giorni una voce di popolo avverte che alla Cantina Sociale si distribuisce vino (la cantina era negli “stalloni” delle scuole, oggi Centro Convegni e magazzini comunali). Con Pippo prendiamo una grossa damigiana e andiamo al “Prato” (Piazza Cavour) dove si snoda una fila lunga fino alla “salita della Madonna”. Il nostro posto è vicino alle scale d’angolo dove c’è la pompa della benzina gestita da “Bussino” (Arturo Nardi). Improvvisamente una formazione di caccia alleati sorvola la piazza; è un “fuggi – fuggi”, a terra restano solo le damigiane; ne approfittiamo per saltarle una decina; al secondo  passaggio con un altro salto entriamo a riparo sotto gli “stalloni”. Il vino è assicurato!

 

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