La migliore innovazione? Non creare ostacoli

Nei giorni scorsi vi avevo accennato all’incontro-workshop che si era tenuto a Roma presso l’Inea, sul tema dell’innovazione nei vari comparti agricoli. Io sono stato appositamente invitato per partecipare al gruppo di lavoro olivicolo-oleario, come è giusto che sia. Ebbene, posso dire con certezza assoluta che è stata una giornata utile per fotografare la realtà. E’ stata una giornata preziosa al fine di rendersi conto dello stato dell’arte in cui versa il comparto. Non che ce ne fosse bisogno, gli addetti ai lavori, quali eravamo noi tutti presenti, conosciamo bene lo scenario, ma più che altro è servito per mettere in campo le differenze tra i vari soggetto intervenuti e storicizzare ciascuna posizione. Mi è piaciuto in particolare quanto ha riferito il professor Tiziano Caruso, docente di olivicoltura e frutticoltura all’Università di Palermo. “Molti – ha sostenuto – optano per l’immobilismo e non accettano le novità, ne hanno il sacro timore”. Ed è stato quanto mai calzante l’esempio di una cooperativa di mille soci con 900 ettari di oliveto complessivi. Solo sette, dicansi sette aziende su mille, hanno accettato l’innovazione che era stata loro proposta. Capite in che situazione paradossale ci ritroviamo a operare?

In fondo per andare avanti e non regredire è sufficiente razionalizzare le coltivazioni. Ma il problema più grosso è agire. Sembra facile. Non lo è. C’è chi si oppone.

“Con la coltivazione della vite – ha sostenuto il professor Caruso – non ci sono state discese in campo, per protestare. Tutti hanno accettato. Si sono adottati nel corso dei decenni molteplici sistemi di allevamento”. Senza proteste, senza atti di insubordinazione, senza venire alle mani. Toccare l’olivo, o solo accennare a un cambiamento, sembra invece un’operazione impossibile e rischiosa.

“Quando ho avuto a che fare con l’olivo – ha riferito il professor Caruso – in certe circostanze sono dovuto quasi scappare”. Come se ci fosse scritto un avvertimento di stampo ideologico: Nessuno tocchi l’olivo”.

Scatta una forma di paradossale e anacronistica intolleranza verso il nuovo.

“C’è un limite ambientale, territoriale e anche culturale che incombe sulla nostra olivicoltura. Solo smantellando tale mentalità potrà esserci veramente un futuro. Non c’è da inventarsi granché, quel che è stato portato avanti da noi italiani è sufficiente, ma occorre metterlo in pratica. Occorre adottare modelli di coltivazione più avanzati”.

“Una pianta paesaggistica è antitetica rispetto a una pianta produttiva”.

Occorre fare una scelta, senza esitazioni. “Le piante o le ristrutturiamo o dobbiamo abbatterle per ricominciare. In più, per le nuove piante, occorre pervenire a un regolamento che garantisca la certezza varietale della pianta”.

Il superintensivo? “Va studiato. Abbiamo il dovere di studiare tutto e sperimentare. Altri Paesi mettono hanno messo in pratica quel che noi abbiamo studiato nelle nostre università, producendo risultati al nostro posto”.

Il miglioramento genetico? “E’ un fatto importante. Io – ammette il Professore – guardo più al portamento che non alla varietà. Macchina e pianta devono essere sinergiche”.

Che ne pensate di queste osservazioni? C’è molto da riflettere sui vari spunti emersi nel corso del workshop. Presto, tutto ciò che è stato detto all’incontro presso la sede romana dell’Inea, confluirà in un documento. Vi terrò aggiornati. E intanto, per rassicurare quanti amano l’olivicoltura paesaggistica, va precisato a onor del vero che il professor Caruso non è affatto contrario, ma chiede solo di separare i due sistemi, di nnon rendere tutto orientato a scelte passatiste. In particolare va detto che il sistema olivicolo agroforestale deve rimanare come tale circoscritto a determinate aree. Non tutte le piante di olivo possono essere infatti espressione del passato. I momumenti vegetazionali possono pur restare elemento decorativo perch funzionali al paesaggio e alla storia dei luoghi, ma gli impianti improduttivi vetusti vanno rinnovati e non pososno essere confusi con le opere monumentali degne di rilievo.

L’olivicoltura deve pur andare avanti, non può essere prigioniera del proprio passato. Un conto è la testimonianza storica, altro conto è l’immobilismo.

 

La foto della Valle dei Templi è di Antonino Cappello. Nella foto in basso, la Sicilia rappresentata all’incontro romano all’Inea dal professor Tiziano Caruso, a sinistra, e dal dirigente della Regione Siciliana, Assessorato regionale delle Risorse Agricole e Alimentari, Leonardo Catagnano.

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