L’olio? Lo bevo al bar!

Eppure accade. Tanti anni di silenzio, o di parole vane, e oggi invece qualcosa di concreto inizia a prendere corpo. Su “Millionaire” di novembre, già da diversi giorni in edicola, trovate ben sei pagine di un servizio dedicato all’olio da olive. Il mensile è noto per occuparsi di “imprenditività”, come opportunamente evidenzia, nell’editoriale introduttivo, l’ideatore Virgilio Degiovanni. Tra i nuovi business c’è addirittura l’olio. Chi l’avrebbe mai detto?

E io apro un bar (dell’olio) – si legge nello strillo di copertina.

L’articolo ha inizio a pagina 86, ed è firmato da Silvia Messa.

Il titolo:

L’olio? Lo bevo al bar!

Il sommarietto:

I bar dell’olio saranno un nuovo business? Le olioteche guideranno gusti e acquisti? In molti già ci credono e investono. Anche le piccole imprese”.

All’interno del servizio spazio anche a Olio Officina Food Festival.

Tutte queste attenzioni fanno bene, nella speranza, tuttavia, che il settore non smarrisca il buon senso. Nella speranza, per intenderci, che di fronte a simili ipotesi di primi segnali di attenzione per il mondo dell’olio, i vari soggetti che se ne occupano a vario titolo non si perdano nella logica perversa di un fanatismo che mira a posizionamenti elitari che puntino solo all’eccellenza assoluta, dimenticando e ignorando che l’olio ottenuto dalle olive è e resta un alimento di uso quotidiano. Può essere sì di gran pregio, un extra vergine; e ben vengano gli oli d’impareggiabile bontà, ma è sufficiente soprattutto che un olio da olive sia in particolare buono e accessibile a tutti, sia ricchi, sia poveri.

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