L’olio è un prodotto culturale

Sì, proprio così: alla stregua di un’opera letteraria, l’olio ricavato dalle olive, quello che raggiunge livelli d’eccellenza, è da ritenere a tutti gli effetti un prodotto culturale, e, come tale, va considerato anche a partire dal conseguente valore commerciale che ne deriva. A ispirarmi il post odierno, sono state alcune riflessioni pubblicate su facebook dalla produttrice calabrese Adele Scirrotta, la quale ha scritto: “Io non capisco come mai nelle trasmissioni in cui promuovono i piatti del luogo non debbano promuovere l’olio del luogo con tanto di etichetta, invece di mostrare l’ampolla….”. Già, perché?

Io l’ho scritto tante volte. L’ho dichiarato in più occasioni, a Olio Officina Food Festival come a Olio Capitale. Si tratta di una mancanza grave, una lacuna imperdonabile. Siamo in un Paese in cui la televisione pubblica non sembra essere in grado di distinguere ciò che è cultura da ciò che non lo è.

In Rai, come in altre emittenti televisive, non concepiscono la bottiglia d’olio al pari di un libro di letteratura. Eppure anche l’olio è un prodotto culturale.

Certo, è vero: ogni bottiglia contiene un olio uguale a tante altre bottiglie che riportano la medesima etichetta, ma di fatto non cambia nulla, giacchè anche di un romanzo esistono tante copie uguali, ma è l’opera letteraria che viene riconosciuta per il valore che giustamente esprime.

Infatti, non è un caso che gli autori presentino di volta in volta i propri libri esibendo con orgoglio la copertina portandola verso la telecamera.

Perché allora non vale il medesimo  atteggiamento verso i produttori d’olio, con le loro bottiglie? Eppure in ciascuna bottiglia c’è il frutto di un sapiente lavoro che merita la giusta considerazione.

Finchè si insisterà con tale attegiamento, non potrà esserci la tanto desiderata e attesa svolta: l’olio extra vergine di oliva continuerà a perdere valore sul mercato.

Non è un caso – come giustamente ha scrittto sempre al riguardo su facebook Marco Feliciani, che tale status di prodotto culturale non lo si voglia  far acquisire all’olio, come pure ad ogni altro prodotto alimentare, perché, in fondo, ciò “significherebbe dargli un valore, e perciò un prezzo che non è più il più basso possibile come si vorrebbe imporre…”.

Credo non ci sia altro da aggiungere, se non sperare che l’olio possa essere percepito, il prima possibile, alla stregua di prodotto cultuale quale poi di fatto effettivamente è.

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