Il contadino ama la sua terra, non la sfrutta né ne abusa

La lettera ricevuta l’altro ieri dall’olivicoltore comasco Massimo Spreafico, in vacanza in terra ligure, è di forte impatto e denuncia il grave stato di abbandono dell’oliveto sperimentale di Imperia, non lasciando spazio a equivoci: l’olio è nel paesaggio, e, perdendo il paesaggio, non potrà assolutamente più esserci olio. Così, nel segno di questo lacerante grido d’allarme, lanciato giustamente proprio qui, sul blog Olio Officina, casa comune di tutti, luogo eletto di ritrovo e condivisione per la vasta e nutrita “compagnia degli oliandoli”, ha scaturito un’altra lettera, a firma di Flavio Lenardon, presidente di TreeDream, portandoci a conoscenza del lungimirante esempio di alcuni olivicoltori dell’alto Imperiese, i quali hanno “caparbiamente mantenuto la coltivazione degli olivi in condizioni estreme in modo attualmente non remunerativo”. Ma leggete anche voi questa lettera, da incorniciare.

 

Gentilissimo Direttore,

la lettera di Massimo Spreafico, sul triste stato dell’Oliveto Sperimentale di Imperia, ha rattristato anche me che, come Lei sa, sono da tempo impegnato per contrastare l’abbandono degli oliveti d’alta quota dell’imperiese. Come Lei giustamente osserva, le nostre istituzioni sono – in molti casi – le “grandi assenti”, come avevo rilevato anch’io, in una lettera pubblicata qualche mese fa su Teatro Naturale.

Ma ora forse qualche cosa sta cambiando.

Come Lei sa, alcuni olivicoltori dell’alto imperiese hanno caparbiamente mantenuto la coltivazione degli olivi in condizioni estreme in modo attualmente non remunerativo.

Per quale motivo? La risposta è semplice: perché non hanno potuto fare altrimenti. Chi è stato abituato sin da piccolo a fare bene le cose, sviluppa una sorta di vigilanza verso se stesso che gli impedisce di venire a patti con la propria coscienza e con la verità, costi quel che costi.

Se i padri ed i nonni ti hanno insegnato fin da piccolo che l’oliva migliore è quella che cresce alla più alta quota, tu non ne puoi abbandonare l’albero nella terra che ha ricevuto in eredità. Terrazzando i ripidi pendii, i padri hanno tracciato un destino per i loro discendenti e i più sensibili tra essi non riescono a sottrarvisi.

Sono stati dedicati ampi studi all’individualismo che contraddistingue la cultura contadina; tanta letteratura ha addirittura insistito sulla sua preconcetta chiusura verso ogni forma di associazione o cooperazione. Pochi hanno invece dedicato la loro attenzione a ricercare ciò che accomuna e contraddistingue questa cultura.

Il contadino è innanzitutto un uomo libero con un altissimo senso dell’onore. L’accordo verbale ha lo stesso valore di un contratto scritto; è normale rimetterci di tasca propria piuttosto di rinnegare la parola data. Questo dovere di conservare la propria libertà è un dei bisogni più vitali così come è un dovere il rispetto dell’onore proprio ed altrui.

L’onore è il riconoscimento di partecipare ad una tradizione cui si riconosce un valore, tanto è vero che il più grave dei delitti è, come sosteneva Simone Weil, la distruzione del proprio passato.

Allo sradicamento fisico dal proprio territorio d’origine corrisponde spesso parallelamente uno sradicamento morale. È operazione di altissimo valore politico quello di raccogliere queste istanza di sofferenza e convertirle in proposizioni unificanti quasi parole d’ordine capaci di evocare echi nel cuore.

Quali sono i valori perenni (non contingenti) propri della cultura contadina? In che senso questi valori sono attuali? Queste due domande sono essenziali per rimediare ai pregiudizi di certa politica del passato che vedeva nelle iniziative individualistiche degli agricoltori una fonte di disgregazione sociale tanto che alcuni non hanno esitato a parlare di una “sub-cultura contadina egoista ed asociale”.

L’attuale convergenza ideologica tra il pensiero liberale classico (non nelle forme degenerate) e il pensiero progressista moderno, agevola nel cogliere questi valori perenni.

La cultura contadina ha adottato da sempre, per eccellenza, il modello concetto di sostenibilità. Il contadino ama la sua terra, non la sfrutta né ne abusa e le restituisce ciò che da essa ha ricevuto. Nel libro “Gli otto peccati capitali della nostra civiltà” (1973), Konrad Lorenz scrive nella maniera più incisiva che “la biocenosi creata dal contadino è altrettanto duratura di quella che sarebbe sorta senza il suo intervento”.

I contadini conoscono da sempre i vantaggi che derivano dalla stretta interazione tra la capacità d’iniziativa e la diretta responsabilità. Pertanto, per definizione, il contadino conosce sulla propria pelle la superiorità che deriva dai sistemi produttivi fondati su autonomi meccanismi di autoregolazione. Qualora fosse necessaria un’alleanza operativa il contadino preferisce una libera cooperazione.

La nota espressione “villaggio globale” è quanto mai chiarificatrice: nel villaggio ognuno conserva la propria identità mentre la città è spersonalizzante. L’odierna rete di comunicazione (web) ci ha finalmente permesso di riappropriarci di forme di comunicazione antichissime. Abbiamo opportunità che le generazioni precedenti neppure sognavano.

Da questa constatazione prende spunto la nostra audace iniziativa: il resto di una tradizione millenaria, consapevole del valore del proprio messaggio – senza cercare rappresentanza in alcun organo istituzionale – decide di rivolgersi direttamente al mondo affidando al loro messaggio la speranza condivisa dalla propria comunità.

Come è stato osservato, l’era informatica ha liberato gli individui come mai prima d’ora: il genio di comunità, libero da ogni forma di oppressione e di impedimento, può esprimere il proprio pensiero. In questa meravigliosa età, la sovranità ritorna all’incontro di libere volontà, di fronte all’impoverimento della politica (che non raccoglie gli ideali dei movimenti sorti autonomamente).

Per questi motivi è nato TreeDream, il movimento culturale che lancerà come prima iniziativa SAVE THE ROOTS per la rinascita e la tutela dell’olivicoltura ligure di montagna.

Flavio Lenardon

Presidente di TreeDream

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5 risposte a Il contadino ama la sua terra, non la sfrutta né ne abusa

  1. Pingback: Un’impresa con “responsabilità politica” – OlioOfficina

  2. Fabio Muzzio scrive:

    “I have a TreeDream”

  3. paola scrive:

    alle volte nei viaggi in treno, o in macchina, guardando distrattamente fuori dal finestrino scorgo improvvisamente qualche imponente albero in mezzo al nulla delle radure, come monumenti in qualche piazza. Ecco come mi è apparso Treedream: un gigantesco albero che spunta improvvisamente in giornate in cui al mattino insieme alla faccia stiamo ben attenti a lavar via anche i sogni.
    L’appassionata e sapiente lettera aperta di Flavio Lenardon, Presidente di Treedream, mi ha fatto riflettere sul fatto che se resteremo fondati solo sul “nostro essere” certamente non vedremo la possibilità di condividere una grande ricchezza, quella di cui non si parla mai perché fuori mercato, la ricchezza delle persone, tradotta nelle loro esperienze. Sia che si tratti del sapere come rifare un muretto a secco o di come coltivare olivi, non c’è nessun manuale al mondo che potrà spiegarcelo meglio di chi sa farlo, Lenardon raccoglie questa eredità culturale (che andrebbe irrimediabilmente persa) ed indica la strada di un sogno concretamente realizzabile attraverso la passione di mani che sappiamo coniugare insieme i verbi capire e amare ciò che si fa.
    Seguendolo certamente le mani potranno parlare e i sogni si potranno coltivare, innestare, …
    grazie a te Flavio, I have a treedream

  4. Pingback: Ridare status sociale al lavoro del contadino – OlioOfficina

  5. Giulia scrive:

    E’ proprio una lettera intensa, vera, profondamente sentita: una lettera manifesto.

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