Ci voleva una vergine per darci l’extravergine

Quest’oggi vi voglio far volare alto con un breve brano di Marino Niola, tratto dal suo bel libro: Si fa presto a dire cotto. Un antropologo in cucina, edito nel 2009 da il Mulino. Il brano che ho scelto per deliziarmi, e deliziarvi, apre alle imprese mitologiche di Atena. La storia ovviamente la conoscete già, non se ne può più a sentirla ripetere, ma ciascuno di noi la racconta ogni volta a modo suo. La prosa di Marino Niola oltreutto ha il fascino dei buoni contenuti e della bella forma. La scelta di citarlo quest’oggi è anche una buona occasione per segnalarvi un altro suo libro, fresco di stampa, che vi consiglio di leggere, sempre edito da il Mulino di Bologna: Non tutto fa brodo.

LA VERGINE ATENA

Ci voleva una vergine per darci l’extravergine. Così almeno la pensavano i greci che attribuivano la nascita dell’ulivo alla dea Atena, l’illibatissima figlia di Zeus.

La divina guerriera si contendeva con lo zio Poseidone il diritto di dare il nome alla città più importante dell’Ellade. Ciascuno dei due offrì un dono prezioso per mostrarsi degno del titolo.

Ad aprire la gara fu il dio del mare che colpì la terra col tridente facendo scaturire una pozza d’acqua salata. La sua offerta consisteva dunque nel dominio dei mari.

Agli effetti speciali del suo rivale l’astuta vergine rispose con una pensata geniale. Fece spuntare il primo ulivo della storia.
Davanti a quell’albero carico di frutti verdissimi, la giurìa popolare, a maggioranza femminile, non ebbe dubbi e pebliscitò Atena. Che legò per sempre il suo nome ad Atene, la città simbolo della democrazia occidentale. Il mito attribuisce dunque all’ulivo e all’olio un valore dietetico e insieme politico.

Marino Niola

 

Ed ecco invece il risvolto di copertina con cui si presenta il volume di Marino Niola, Non tutto fa brodo, appena edito da il Mulino.

Senza grassi, senza zucchero, senza calorie, senza uova, senza latte. Oggi al nostro cibo chiediamo soprattutto di essere senza qualcosa. L’esatto contrario dei nostri genitori e della loro alimentazione da miracolo economico, che era tutta un’addizione di proteine, di vitamine, di burri, di panne. Siamo ossessionati da un’attenzione quasi maniacale a quel che mangiamo, facendo del controllo sugli alimenti il succedaneo del controllo sulla realtà. Se “tutto fa brodo” era la parola d’ordine dell’indigenza, ora riscopriamo la cucina delle finzioni, i finti ragù, le finte trippe, la finta carne. Un illusionistico teatro del gusto dove un ingrediente fa la parte di un altro. Sublimi espressioni delle nostre culture popolari, questi trompe-l’oeil alimentari nati per ingannare la fame hanno conquistato i piani alti della tavola e celebrano un doppio trionfo, etico e gastronomico.

 

Per ciò che concerne l’immagine che ho scelto a corredo di questo post, cliccate qui per saperne di più, sul sito dell’artista Roberta Rossi.

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Una risposta a Ci voleva una vergine per darci l’extravergine

  1. Giulia scrive:

    Letti entrambe i libri di Niola. Finalmente libri che parlano di cultura del cibo e di alimentazione in modo serio. Ma li leggeranno i produttori di cibi questi libri non banali?

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