Il valore perduto, lo sguardo chiuso al futuro

L’olio extra vergine di oliva dovrà recuperare il valore e l’identità perduta. L’ho scritto nel punto cinque del Manifesto per il Risorgimento dell’olio italiano che ho presentato lo scorso anno a Trieste in occasione di Olio Capitale. In giro, tuttavia, ho notato molta improvvisazione. Tutti si sentono, maestri, ma sono solo degli orecchianti. Perfino una senatrice si è occupata delle sorti dell’olio italiano. Poveri noi. In che mani ci stiamo affidando. Che sia del Pd, o di qualsiasi altro partito poco importa. Sono corpi estranei al comparto, senza sguardo sul futuro. Il valore perduto dell’olio extra vergine di oliva? Può essere restituito solo a partire da idee solide.

 

Vorrei ricordare a tal proposito il punto dieci del celebre Manifesto.

Nessuna guerra ideologica nel nome dell’olivo e dell’olio. Tutto ciò che si ricava da una materia prima come l’oliva è un prodotto agricolo che assume di volta in volta varie connotazioni, tutte da prendere nella dovuta considerazione. Non esiste pertanto un olio contadino, un olio artigianale o un olio industriale. La materia prima oliva viene dalle campagne e, passando attraverso il frantoio assume la nuova veste di olio vergine od extra vergine di oliva, mentre, quando si è davanti all’inevitabile presenza di olio vergine lampante, non commestibile come tale, attraverso il ricorso alle raffinerie è possibile avere un prodotto finale destinato al consumo diretto: l’olio di oliva; e, ricavato dal residuo solido della lavorazione delle olive, l’olio di sansa di oliva. Tutte le differenti categorie merceologiche che rappresentano l’ampia gamma degli oli di oliva, hanno un profilo identificativo ben distinto, cui occorre attribuire la dignità di prodotto, essendo tra l’altro, l’intera gamma degli oli di oliva, nettamente superiore ad altri grassi alimentari in commercio. Non esistono pertanto, né debbono mai esserci, contrapposizioni, di alcun genere. Tutto ciò che appartiene all’oliva è prodotto agricolo, tal quale o lavorato, e nessuna guerra ideologica può mai essere in tal senso giustificata o, peggio, sollecitata.

 

Finché non ci sarà una vera presa di consapevolezza sui dieci punti espressi nel Manifesto per il Risorgimento dell’olio italiano, a poco serviranno le risoluzioni delle Commissioni agricoltura; e soprattutto a poco serviranno se persisterà la storiella che in Italia la produzione media nazionale ammonti alle presunte 500 mila tonnellate d’olio, quando tutti sanno che così non è. E’ evidente che già solo a partire da tale grave anomalia nascano inevitabilmente una serie di equivoci cui non sarà mai possibile trovare soluzioni. La complicità delle Istituzioni nell’insistere sull’olio che non c’è, è ben più grave del problema e delle anomalie che si intendono risolvere.

 

RISOLUZIONE APPROVATA DALLA COMMISSIONE AGRICOLTURA

DEL SENATO DELLA REPUBBLICA ITALIANA

SULL’AFFARE ASSEGNATO N. 782

(Doc. XXIV, n. 34)


La Commissione, a conclusione dell’esame, ai sensi dell’articolo 50, comma 2, del Regolamento, dell’affare assegnato relativo alle problematiche attinenti al settore olivicolo,

premesso che:

l’Italia è uno dei maggiori produttori in Europa e nel mondo di oli di oliva vergini con una produzione nazionale media di 500.000 tonnellate, due terzi dei quali extravergine e con oltre quaranta denominazioni DOP e IGP riconosciute dall’Unione Europea;

l’Italia esporta circa 250.000 tonnellate all’anno della sua produzione ed il fenomeno è in continua crescita in particolare verso i paesi dell’est, confermandosi tra i leader mondiali nell’esportazione di tale prodotto, posto che l’olio di oliva italiano è noto per la sua pregiata qualità;

nel settore oleario italiano si registra un notevole giro di affari di milioni di euro, pertanto tale mercato ha una rilevante importanza  non solo per l’economia e le imprese agroalimentari ma, altresì, per il patrimonio culturale e ambientale se si considera il numero di lavoratori occupati nel settore e la percentuale di superficie coltivata;

negli ultimi anni si è registrata una dilagante ascesa del fenomeno delle frodi nel settore oleario che minaccia gravemente la sicurezza alimentare ed altera la concorrenza, pregiudicando i rapporti economici e determinando prezzi anomali in ribasso, che incidono negativamente sulla redditività delle imprese agricole;

si evidenzia che le frodi si verificano, tra l’altro, rispetto al rilevante quantitativo di olio di oliva sfuso che l’Italia importa dagli altri Paesi, principalmente dalla Tunisia con una percentuale del 93 per cento dell’olio importato e, a seguire, da Australia, Cile, Marocco e Stati Uniti;

le province italiane di destinazione dei flussi di olio importati, quali Pavia, Lucca, Genova, Perugia, Roma e Firenze, sono, tra l’altro, le sedi principali di produzione degli oli di oliva italiani;

nello specifico, ciò che rende particolarmente allarmante la questione relativa alle importazioni italiane in regime di perfezionamento attivo di oli di oliva vergini è la prevalenza assoluta di quelle temporanee rispetto a quelle definitive: il 75,9 per cento del totale di olio di oliva vergine, oggetto di lavorazione e trasformazione, è successivamente riesportato all’estero; mentre solo il 24,1 per cento è importato definitivamente; 

a tal proposito, si verifica che tale olio di oliva, anche se originario e proveniente da Paesi stranieri, viene riesportato come olio 100 per cento italiano, ed invero quella di etichettare oli di oliva vergini di importazione con il marchio made in Italy si conferma come una delle frodi più frequenti;

oltre agli illeciti concernenti l’origine dell’olio, il settore è seriamente compromesso a causa della presenza sul mercato di oli non di qualità poiché sottoposti ad operazioni di manipolazione che ne alterano la genuinità;

a riguardo, rispetto alle verifiche della qualità e delle caratteristiche  degli oli posti in commercio, risultano inadeguati i metodi di analisi e i parametri stabiliti dalla normativa al fine di individuare gli oli deodorati e di cattiva qualità, anche considerando che il parametro di valutazione per scoprire la presenza di “alchil esteri” è rappresentato da un valore soglia eccessivamente alto, che di fatto non scoraggia la produzione di oli extravergini deodorati;

l’aumento delle contraffazioni e delle sofisticazioni  nell’ambito del mercato degli oli di oliva vergini, quantitativamente determinato da consistenti flussi di importazioni e da movimentazioni intracomunitarie, ha fatto emergere l’inefficacia dei sistemi di controllo rispetto all’autenticità, qualità e specificità della produzione nazionale;

si rileva la necessità di  garantire l’identità e la qualità degli oli nazionali contrastando e prevenendo quelle attività illecite che si verificano a causa delle inefficaci procedure di controllo a disposizione delle autorità preposte e di una carente normativa in materia, in pregiudizio della sicurezza e qualità alimentare, della redditività delle imprese agricole virtuose nonché della corretta e trasparente informazione dei consumatori;

impegna il Governo:

ad adottare gli opportuni interventi rispetto alla filiera dell’olio di oliva vergine, tenendo conto delle seguenti priorità:

–  proporre alle istituzioni europee la modifica del Regolamento (CE) 24 gennaio 2011, n. 61/2011 al fine di ridurre il livello di “alchil esteri” per individuare le caratteristiche degli oli di oliva vergini e, dunque, garantire condizioni di corretta concorrenza tra le imprese e tutelare le giuste pratiche produttive;

–  l’ammissione al regime di perfezionamento attivo non deve essere autorizzata per un periodo non inferiore a due anni, al fine di prevenire e contrastare le frodi;

–  nell’ambito del settore oleario deve essere attivato un piano straordinario di controlli che preveda gli idonei accertamenti nell’ambito del commercio degli oli di oliva, adottando provvedimenti più rigorosi ed efficaci per garantire l’autenticità delle produzioni;

–  allo scopo di indurre le società e gli enti che operano nell’ambito della filiera a rendere più rigorosi i controlli sulle attività svolte per conto degli stessi da chi riveste funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione, deve essere estesa a tali soggetti, in conformità alla legge 8 giugno 2001, n. 231, la responsabilità per i reati commessi nel proprio interesse o a proprio vantaggio.

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