L’olio fa perdere la testa agli americani

Poco abituati a sentirsi secondi a qualcuno, gli americani alzano la cresta e partono all’attacco del vecchio mondo. Per loro è inaccettabile che a dominare la scena sugli scaffali dei propri punti vendita siano gli oli di oliva provenienti dal Mediterraneo, in particolare se italiani. Sta così progressivamente prendendo piede in California un movimento di pensiero che sta sistematicamente contagiando i mass media degli Stati Uniti, ma non ancora i consumatori, i quali per ora prediligono l’olio italiano, o presunto tale, o comunque quello europeo o mediterraneo.

Che tenerezza, questi americani: vogliono a tutti i costi essere i primi della classe e dominare il mondo; e per tentare di imporsi sulla scena cercano la complicità di qualche italiano compiacente e soprattutto l’appoggio, all’insegna del patriottismo, dei giornalisti. Proprio ciò che manca all’Italia, dove abbiamo giornalisti che danno scarso peso all’olio, se non per scrivere qualche stupidaggine copiandola da qualche insulso comunicato stampa.

Segnalo al riguardo un articolo di Julia Moskin sul “New York Times” dello scorso 18 ottobre (California’s Olive Oils Challenge Europe’s) ed uno di Jane Black sul “Washington Post”, sempre del 18 ottobre (Beyond extra virgin: New standard aims to guarantee quality in olive oil).

Al di là delle solite americanate cui siamo ormai abituati, non c’è da spazientirsi. Gli americani, è vero, avranno sempre l’obbligo di sentirsi i primi della classe, per statuto, ma devono star tranquilli: sui mercati c’è posto per tutti, l’importante è che si dia spazio all’olio di qualità e che venga posto in vendita a un prezzo dignitoso, magari prestando maggiore attenzione ai controlli, onde evitare  possibili truffe.

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3 risposte a L’olio fa perdere la testa agli americani

  1. roberto panizza scrive:

    Ritengo che ci sia necessità da parte nostra e attesa da parte del consumatore usa di una campagna di informazione capillare e “preventiva”. Sullo stile di quello che è accaduto negli ultimi vent’anni nel mondo del vino. Magari non ripetendo alcuni piccoli errori commessi.

  2. Fausto Delegà scrive:

    Luigi, come già detto poco tempo fa, relativamente ad un libro da te ricordato con quell’ Extra Verginity, dico ancora una volta, parafrasandoti, non americanate, ma ameri-cagnate. Tanto abbaiare che non morde, tanto rumore per nulla, come direbbe Shakespeare. Qeusto per quanto riguarda le possibilità di cantare i terroir. Il loro coro è un quartetto a cappella, noi siamo il coro dello Statsoper più i Philarmoniker, tanto per fare un paragone. Ma dove siamo deboli, e tu lo hai detto bene e chiero, è la cialtroneria, il malaffare, la stupidità di chi prende sottogamba tutto, di chi essendo il migliore pensa che questo possa garantirgli di tutto e di più. Non è più così. E quel pezzo a firma Tom Mueller la dice lunga sul dove intendono attaccarci , trovando terreni fertilissimi. Questo mi pare un reale pericolo, da non sottovalutare. Sono finiti i tempi dei furboni, dobbiamo farli finire, anche con il massimo della tecnologia e del racconto, ma la prima , la tecnologia, nel cervello di americani, e anche dei giapponesi, ha un posto primario, teniamolo presente. E i vari marchi dei vari Consorzi oltre oceano contano fino a mezzogiorno. Non barare mai, dire sempre la verità, armi con le quali i nostri oli extra vergine oliva non potranno aver timore alcuno, specie se cantano come i nostri grandi tenori, Caruso, Pavarotti, Corelli… senza playback per intenderci. Giorno bello. :-))

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