Fare cultura dell’olio? “E’ una perdita di risorse umane, temporali ed economiche”

Prosegue il dibattito sul mondo dell’olio, attraverso il  blog “Alta fedeltà” del giornalista Stefano Tesi. Scrive al riguardo Francesco Bonfio, presidente di Vinarius, oltre che del Consorzio dell’olio Dop Terre di Siena: l’olio è un ingrediente. Non lo bevi, non lo mangi, lo usi e basta. E ancora: nella cultura italiana l’olio è un prodotto di uso quotidiano in grande parte approvvigionato presso produttori parenti, amici o amici dei parenti o parenti degli amici, inibendo una qualsiasi ricerca qualitativa.
Le conclusioni di Francesco Bonfio mi lasciano a dir poco senza parole, quando leggo: infine a mio avviso il diffondere la cultura dell’olio in Italia è una perdita di risorse umane, temporali ed economiche. Rivolgiamo piuttosto, potendo, l’interesse alla divulgazione e all’approfondimento verso altri mercati dove una, sia pur di nicchia, fascia di consumatori esiste, si può allargare ed è più pronta, paradossalmente ma nemmeno troppo, a recepire l’olio di grande livello qualitativo.

ECCO LA MIA RISPOSTA

Gentile Bonfio, occorre superare questo atteggiamento remissivo. L’olio non è solo ingrediente e mero condimento, ma è alimento: functional food, addirittura.

Non dobbiamo demoralizzarci se l’Italia sembra rispondere poco e svogliatamente. Forse questo accade perché a crederci poco sono prima ancora che i consumatori  e i ristoratori, gli stessi produttori e il mondo dell’associazionismo e delle istituzioni. Infatti, a testimonianza di ciò che sostengo, vale l’esempio delle azioni promozionali che vengono portate avanti: quasi tutte di basso profilo, ma con un pauroso e selvaggio dispendio di danaro, per lo più pubblico (danaro della collettività, accidenti!).

Diffondere la cultura dell’olio (ma il discorso vale per la cultura in senso lato) non è mai una perdita, ma un vantaggio concreto, seppure non immediato.

Occorre seminare. Seminare e avere la pazienza di raccogliere. Senza i miei oltre trenta libri sull’olio, non ci sarebbero pubblicazioni disponibili per i consumatori; senza le mie rubriche sui vari giornali, non si sarebbe mai aperto uno spazio dedicato all’olio come sta accadendo ora, quando un tempo era impensabile – e infatti mi guardavano straniti negli occhi, i miei colleghi, quasi fossi un alieno.

Occorre pazientare, caro Bonfio: la cultura illumina le menti, lavora lentamente, ma agisce, anche se non è un processo immediato. Ci vuole il salto generazionale, perché chi è nato storto non lo puoi raddrizzare. ale salto generazionale ci sarà, certo che ci sarà, e porterà con sè copiosi frutti.

In gennaio ci sarà la prima edizione di Olio Officina Food Festival, un grande evento che sto organizzando a Milano; e io sono certo del successo dell’evento, come sono altrettanto certo che ci saranno tanti soggetti – tra i soliti noti – che non crederanno in un evento culturale puro, senza commistioni di natura commerciale. Già, però alla fine, sono proprio quelli come me – e per fortuna non sono il solo – che lasceranno un piccolo ma significativo contributo, come ho d’altra parte dimostrato in tutti questi anni con il mio paziente lavoro quotidiano, agendo su più fronti.

Sì, è proprio così: senza cultura, non ci può essere economia. L’ho detto in Marocco, in occasione di un incontro tra diversi Paesi produttori lo scorso anno. E hanno inteso il messaggio. Forse soltanto in Italia, Paese piuttosto svogliato e distratto, non capiranno subito il messaggio, ma quando tutti lo capiranno sarà forse troppo tardi per rimettersi in pista da protagonisti della scena.

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10 risposte a Fare cultura dell’olio? “E’ una perdita di risorse umane, temporali ed economiche”

  1. massimo scrive:

    ” l’olio è un ingrediente. Non lo bevi, non lo mangi, lo usi e basta. E ancora: nella cultura italiana l’olio è un prodotto di uso quotidiano in grande parte approvvigionato presso produttori parenti, amici o amici dei parenti o parenti degli amici, inibendo una qualsiasi ricerca qualitativa”.
    Quanto sostenuto è valso, in passato anche per il vino eppure adesso c’è più cultura e conoscenza, sia da parte delle imprese che da parte dei consumatori. Mi ricordo quando mio padre comprava il vino in damigiane da 50 litri dai vari consorzi e quando le imprese vinicole in Puglia non erano in grado di produrre un vino qualitativamente buono. Oggi è diverso ed infatti esistono cantine eccellenti che sono state in grado di affermarsi tanto in Italia quanto all’estero (Cantine Due Palme o altre). Come ha raccontato Emilio Solfrizzi in occasione di una serata estiva di cabaret al mare, quando è partito per Roma da Bari, i pugliesi si vergognavano del primitivo di Manduria che tingeva il bicchiere, era un’onta , una macchia indelebile di cui vergognarsi…oggi il Primitivo è apprezzato dai cultori e credo perfino dal Presidente di Vinarius. Anzi lo stesso Presidente dovrebbe collaborare con noi per diffondere la cultura dell’olio aiutandoci a trasformare le enoteche in enoteche oleoteche! Anche il vino come l’olio ha vissuto momenti bui (il metanolo) ma ha saputo riprendersi. Il mio auspicio è che il Presidente di Vinarius, che occupa una posizione di prestigio ed importante rifletta sull’argomento; personalmente , sia pure da una posizione di retrovia operaia , sono disponibile a parlare con lui ad Trieste il 15 Settembre prossimo.

  2. Buona domenica a tutti.
    Io non sono più Presidente del Consorzio Terre di Siena dop dal luglio 2007. La prego di correggere. Sono sempre Presidente della Vinarius, Associazione delle Enoteche Italiane, http://www.vinarius.it, ma ovviamente sono intervenuto sul blog Alta Fedeltà e rispondo qui semplicemente come appassionato e come enotecario a Siena.
    Ribadisco quanto espresso nei miei interventi sul blog citato. Possiamo fare tutti i discorsi sui massimi sistemi finché vogliamo ma sarà comunque uno sterile esercizio di ginnastica dialettica. Mi sembra che il grido d’allarme lanciato sottintenda un’emergenza. Scusi se lei ha una perdita in casa cosa fa? Pensa ad una ristrutturazione dell’immobile con i tempi tecnici che questa richiede o si precipita ad individuare la causa e a provvedere alla riparazione? Che si debba lavorare con pazienza e costanza alla divulgazione della cultura in generale e a quella dell’olio in particolare è così chiaro da rasentare la banalità. Io sostengo che in un’emergenza come quella attuale e in presenza di risorse economiche limitate sia più opportuno concentrare gli sforzi di divulgazione verso mercati e consumatori più ricettivi. Oggi il consumatore italiano non lo è.
    Un domani godessimo di mutate situazione economiche ci potremo dedicare anche al mercato italiano.
    Anch’io sono molto curioso circa l’evento in programma a Milano e le faccio i miei migliori auguri.

    • Luigi Caricato scrive:

      Sospettavo che non fosse più il presidente del Consorzio di tutela dell’olio Dop Terre di Siena, ma d’altra parte nel sito del Consorzio non vi è traccia dell’organigramma, per cui non potevo verificare i nomi del presidente e del consiglio di amministrazione. Tuttavia, poco importa, lo è stato, quindi conosce molto bene il settore dell’olio. Per questo sono rimasto basito dalla disarmante dichiarazione.

      La cultura è fondamentale, caro Bonfio. Non possiamo fare gli esempi che ci tornano più utili per un puro esercizio dialettico, come quello della casa malmessa che ha urgenza di essere riparata. Il fatto è che la situazione in cui versa il comparto dell’olio, e di conseguenza il prodotto stesso in Italia, è frutto di continue disattenzione e di negligenze e di mancanza di progettualità. Se ci fosse stata una forte azione culturale a suo tempo, quando c’erano enormi risorse brutalmente dilapidate, sarebbe stato stato tutto diverso. Oggi la situazione di emergenza attuale è frutto di carenze culturali maturate nel passato.

      Su facebook, nel mio profilo, ho scritto un passaggio importante, che qui ripeto:

      >>> c’è l’abitudine a credere la cultura secondaria e marginale, un po’ come se a un’auto fosse sufficiente avere la sola carrozzeria per procedere in marcia. Il fatto è, purtroppo, che non tutti ritengono la cultura il motore dell’economia e della società <<< Sta qui il problema. Sono carenze che vanno colmate. E' un invito che rivolgo attraverso di lei agli enotecari, i quali ancora non credono nella centralità dell'olio; così pure rivolgo il medesimo invito ai ristoratori, i quali si servono di oli pessimi, perfino rancidi. Ecco, è proprio in questa situazione di progressiva decadenza che occorre investire di più in cultura, per evitare il declino inarrestabile. Occorre accettare la sfida culturale come pure quella educativa. Non si può pensare solo di fare fatturato e vendere assecondando lo stato della realtà. Che gusto c'è se non si accolgono le sfide? Infine, sul fatto dei costi della cultura. Lei lo sa che è solo una scusa. Il mio blog, Olio Officina, lo faccio senza guadagnare nulla. Non è forse cultura? Coraggio, muoviamoci insieme, sentiamoci, agiamo di comune accordo. Segua il mio invito, io sono disponibilissimo; anzi la invito ufficialmente a parlare di questi temi a Milano in novembre, in occasione di un convegno che sto personalmente curando in un ambiente, quello del vino, che la fa da padrone, e dove lei, sono certo, si troverà di casa. Grazie per gli auguri per Olio Officina Food Festival, la invito ufficialmente anche in questo caso a intervenire in pubblico. E grazie anche per aver consentito di ragionare intorno a temi delicati e importanti. Un cordiale saluto

  3. stefano tesi scrive:

    Caro Luigi,
    come ho commentato su FB e sul mio blog, il peggior sbaglio che si può fare è “sterzare” sull’ideologico questo dibattito. L’idea del signor Bonfio di concentrarsi, per tenere in piedi la baracca, su mercati “altri”, più ricettivi verso il prodotto di nicchia, mi pare tutt’altro che irragionevole. Come mi sembra innegabile lo spreco di tempo, soldi e risorse compiuto, molto “italianamente”, negli ultimi vent’anni a sostegno di una non meglio identificata (e comunque mai recepita) “cultura dell’olio” nel nostro paese. Il tutto quasi sempre a spese di Pantalone. Sì, è vero, ci vuole pazienza, cambio generazionale, crescita di consapevolezza. Ma mentre si aspetta che ciò avvenga – e ovviamente ci vuole parecchio – i produttori chiudono, le aziende vengono abbandonate, si perde insomma il microtessuto che, costruito attorno all’olivo, è una delle maglie della ruralità italiana, con tutti i suoi ben noti indotti. Per carità, l’Italia è un paese frastagliato sotto mille punti di vista, con mille realtà diverse, difficile trovare qualcosa di unitario, ma nel caso dell’olivicoltura quest’unità mi pare reperibile solo nel comunque senso di sfacelo o di rassegnazione che si respira.
    Ciò non vuol dire mollare, sono d’accordo con te, ma nepure si può far finta che questo non sia il poco incoraggiante punto di partenza.
    Questa tua preannunciata iniziativa milanese mi ha molto incuriosito e la seguirò con interesse. Ma con il necessario realismo dettato dale circostanze.
    A presto, Stefano.

    • Luigi Caricato scrive:

      Caro Stefano,
      il mercato estero è ad oggi quello che da’ maggiori soddisfazioni. Sperando che qualche malintenzionato non lo inquini con qualche furberia di bassa lega. E’ così vero che tutti i miei viaggi all’estero mi rendono felice, trovando gente che già sa, perché si è documentata, e gente che mi fa domande intelligenti e mai banali e scontate. Il fatto è che noi italiani abbiamo perso la curiosità, e ci ripieghiamo sulla tradizione, pensando che basti evocarla per sentirsi sapienti. Non è così, stiamo arretrando pesantemente, ma le eccezioni esistono, la qualità degli oli si sta allargando “a macchia d’olio”, è proprio il caso di dire. Rassegnazione mai. Occorre seminare, seminare, seminare. Ci vogliono nuovi missionari, capaci, consapevoli, bravi e resistenti e volitivi

  4. Fausto Delegà scrive:

    Concordo e sostengo in toto. Senza se e senza ma. La tenacia, guidata da passione e amore per cultura, daranno i loro frutti. :-))

    • Luigi Caricato scrive:

      Grazie, il sostegno è sempre utile e fondamentale

      • Fausto Delegà scrive:

        Luigi, non nego le argomentazioni degli amici sopracommentanti, vere , verissimo, Vero anche che all’estero c’è molta più ricettività e anche un po’ più di denaro che circola. Lo dice uno che come me vive a Vienna, paese notoriamente olivicolo ( ha ha ha ) ma dove l’amore per la conoscenza, per il sapere, per il capire- olio, vini, mieli, ecc -sono immensi.Noi in Italia oggi paghiamo molti prezzi; paghiamo prima di tutto la cialtroneria di chi dovrebbe fare scelte oggi e di chi non le ha mai fatte ieri. Abbiamo sperperato un patrimonio immenso; abbiamo ,diciamo, “finito i soldi in banca”, ma però abbiamo ancora “gli impianti” mentali e fisici per poter dare una svolta, questa la cosa più importante. Sperando che i tempi e le indecisioni non ci costringano a vendere anche quelli, cioè i nostri terroir e le nostre cultivar uniche che sono i nostri impianti produttivi. Quelle sono lì, sotto i nostri piedi e nessun altro li possiede. Credo che dove c’è bisogno di un risveglio, di una cura, vuol dire che il corpo esiste ancora e vale la pena tentare.Anche a costo, in questo caso di un certo ” accanimento cultural-terapeutico inevitabile” come tu proponi. Alla fine pagherà. Perchè i valori di racconto possibile che sottendono le nostre produzioni di alta qualità in olio, vino, mieli, saranno il futuro. Quando i parameteri torneranno umani ,e non nella dimensione disumana e acefalicamente bancaria di oggi , anche in Italia la nostra cultura, e non solo quella materiale, tornerà al suo posto, in prima fila anche nella emergenza, e non relegata tra le facezie inutili e irrilevanti di un mercantilismo acefalo. Spero di poter essere in Italia per l’evento di Milano. Un caro saluto e da Vienna io dico insistere, insistere , insistere e… resistere per esistere. :-))

        • Luigi Caricato scrive:

          Sì, resistere e insistere, ma resistere per il piacere di farlo non per dovere, insistere e resistere con convinzione, consapevoli che alla fine ogni piccolo contributo servirà alla nobile causa

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